The Warlocks, The Falling Spikes, The Velvet Underground, A Symphony of Sound.

Lou Reed: Ai tempi suonavamo il feedback, la gente pensava che fossimo malati, antisociali, adesso è buffissimo come lo usino tutti, ad ogni modo non c’era nessuno come noi e non c’è ancora.

John Wilcock: Di solito la prima reazione di chi li ascoltava, insomma non la sentivano neanche la musica era puro suono, era troppo forte.

John Savage: Per me i Velvet sono un gruppo fuori dal tempo, ogni volta che li ascolto hanno quel senso di sospensione di cui parla Ralph Ellison in The Invisible Man, quando cita i damerini che viaggiavano in metro.

Sterling Morrison: I Velvet Underground sono stati il primo gruppo rock d’avanguardia, e il più grande di sempre.

Rob Norris : Quando si aprì il sipario apparvero i Velvet vestiti in nero, due di loro avevano gli occhiali da sole, uno dei ragazzi con gli occhiali aveva i capelli lunghissimi, catene d’argento e reggeva in mano un grande violino. Il batterista, che ovviamente non realizzammo che fosse una donna, stava in piedi dietro un minuscolo set di batteria. Prima di capirci qualcosa fummo assaliti da un devastante muro di suono, qualcosa di mai sentito e immaginato prima.

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John Cale: Ho avuto un’educazione alla musica classica suonando la viola, ho sentito il rock & roll alla radio ai tempi di Alan Freed ed è stato emozionante, ma non ho mai pensato di suonarlo. Quando studiavo composizione alla Goldsmiths ero completamente ignaro che i Rolling Stones suonassero in un club all’angolo. La maggior parte dei musicisti classici sono davvero insicuri, il conduttore ti dice sempre come suonare un pezzo. Poi dal nulla arriva Cage con un foglio pieno di punti e ti dice: suona quello che vuoi in mezzo. Ci puoi suonare Mozart, Beethoven, Bach chiunque, puoi trovare anche il tuo giro e fare esattamente quello che vuoi. La Monte Young è stata forse la parte più importante della mia educazione alla disciplina musicale. Quando formammo i Dream Syndicate, l’idea era di sostenere le note per due ore alla volta, La Monte teneva la nota più bassa, io tenevo le tre successive, Marion la nota successiva ancora e Tony Conrad teneva la nota più alta. Gli indiani usano il drone con un sistema di accordatura diverso e sebbene utilizzino un approccio scientifico, non lo seguono in modo matematico come facevamo noi. Suonavano per ore, era come un’esperienza mistica dove la cognizione del tempo diventava relativa. Quella fu la mia prima esperienza di gruppo, era così diverso da quello che avevo fatto fino ad allora. Avevo bisogno di un suono forte, decisi di provare a utilizzare corde di chitarra sulla mia viola, la prima volta che provai, sentì un rumore di un motore a reazione di un jet, sperimentare con la viola fu molto stimolante e mi tornò utile in seguito coi Velvet.

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Tony Conrad: Nell’autunno del 1964, John Cale ed io vivevamo in un appartamento al numero 56 di Ludlow Street, lavoravamo con La Monte da un pò di tempo a progetti musicali piuttosto intensi. Parlavamo di cose come intervalli, teoria della musica indiana e musica d’avanguardia. Quando John si è trasferì a casa mia mi trovò seduto ascoltando i dischi di Hank Williams e la mia collezione di 45 r’n’r. Fu così che iniziò ad interessarsi al rock & roll, c’era qualcosa di molto liberatorio in questa faccenda del rock. Il ragazzo che abitava nella porta accanto si chiamava David Gelber, fratello del drammaturgo Jack Gelber che scrisse “The Connection” per i Living Theater. David aveva molti amici nel Queens e andava alle loro feste. Un giorno ci disse di accompagnarlo per incontrare delle persone che stavano cercando musicisti per formare una rock band. Tra loro c’era un tipo con i capelli pettinati all’indietro, baffi sottili come una matita, si chiamava Terry Phillips e aveva dei contatti con la Pickwick, un’etichetta discografica commerciale con base a Coney Island. Ci chiese se suonavamo, se avevamo delle chitarre, se conoscevamo un batterista. Non avevamo chitarre ma conoscevamo un batterista molto bravo, Walter DeMaria. Andammo al quartier generale della Pickwick, uno strano magazzino pieno di dischi, con una piccola stanza dietro una parete bucata dove c’erano un paio di registratori Ampex. La Pickwick voleva mettere in piedi una band per promuovere un disco che uno dei loro autori aveva registrato. Volevano farci firmare dei contratti, regolarizzare tutto ma dopo una lettura veloce, capimmo che ovviamente non era il caso, le canzoni però ci piacquero e accettammo la proposta di fare alcuni concerti. Chiamarono il gruppo The Primitives, il 45 giri s’intitolava “The Ostrich” e l’autore era un ragazzo di 22 anni di nome Lou Reed.

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Suonare i pezzi era semplice perché tutte le corde erano accordate sulla stessa tonalità bisognava solo ricordarsi i break. Era proprio quello che stavamo facendo con LaMonte nel Dream Syndicate, non ci potevamo credere. Iniziammo a suonare senza aver mai provato, ci presentavano dicendo: E ora, da New York City The Primitives, i ragazzini iniziavano a urlare, ballare e saltare. Andavamo in giro su una station wagon e incontravamo altri gruppi che volevano diventare famosi. Lo facemmo per un po’ di mesi, si creò un certo d’interesse sulla band, una nostra foto finì anche su Vogue, poi il disco passò di moda e tutto finì. Resta il fatto che John rimase davvero colpito da Lou e dalla sua capacità di scrivere canzoni.

John Cale: Quando ho incontrato Lou scriveva canzoncine per la radio, poi mi ha fece ascoltare altre cose dicendo che non le avrebbero mai pubblicate, quando sentì Heroin andai completamente fuori di testa.

Tony Conrad: Lou era posseduto del rock & roll, il suo carisma accendeva tutti, la sua musica era semplicemente quello che faceva, in anticipo di circa vent’anni su quello che verrà chiamato punk. Anche John era una persona incredibile, dotata di un’inventiva unica, si muoveva ad un ritmo molto veloce allontanandosi sempre di più dalla formazione classica passando per l’avanguardia, l’arte performativa e il rock. I due si completavano, c’è stato un legame speciale tra loro, erano due persone agli opposti che insieme creavano qualcosa di speciale.

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Lou Reed: Ho sempre voluto essere un chitarrista e cantante rock fin dal primo giorno che ho sentito il programma di Alan Freed alla radio. Ironia della sorte furono proprio i miei genitori ad avvicinarmi alla musica. Volevano che prendessi una borsa di studio per studiare musica classica, ma no, no grazie, suonare in quel modo non era proprio la mia idea di divertimento. Quando misi in piedi una rock band fu la cosa più terrificante che potessi fare per loro, rimasero talmente sconvolti che mi portarono in un ospedale per farmi una serie di trattamenti di elettroshock, non mi fecero i peggiori, ma comunque non fu una passeggiata. Oggi la prendo con filosofia, penso a quello che ho vissuto come a un’esperienza formativa, in fin dei conti quello era il periodo in cui mi interessavo all’elettricità.

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Sterling Morrison: Ho iniziato a studiare tromba a sette anni, promettevo bene, decisi di passare alla chitarra, ispirato da Bo Diddley e Chuck Berry. Ascoltavo la radio tutto il tempo, la musica doo-wah, T-Bone Walker, Jimmy Reed, poi arrivai al blues acustico di Lightnin Hopkins ma ho sempre preferito la chitarra elettrica. Un giorno mi arrivò per posta un invito della Sam Ash Music per una dimostrazione dell’appena inventato fuzz-tone, a me quell’aggeggio non serviva già facevo con l’amplificatore quello che faceva lui. La prima volta che sentì suonare Lou, fu a Syracuse University. il ROTC (Reserve Officers Training Corps) stava marciando nel campus, sentì questa musica di cornamusa che spaccava le orecchie, poco dopo da un impianto hi-fi del dormitorio, una chitarra elettrica che ci suonava sopra. Iniziammo a suonare insieme in alcune delle band più rozze che fossero mai esistite. La mia carriera accademica fu abbastanza girovaga però appena potevo tornavo a Syracuse per suonare con Lou. Dopo un po’ ci perdemmo di vista, lo rincontrai dopo quasi un anno nella metropolitana di New York mentre stavo andando all’università. Era insieme a John Cale, che ancora non conoscevo, mi invitarono a casa di un amico per suonare e sballarci un pò, ovviamente non me lo feci ripetere due volte.

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Tony Conrad: Dopo la storia con la Pickwick non suonavo più con loro e avevo cambiato casa. Lou mi aveva sostituito nel palazzo di Ludlow Street, dove vivevano un bel pò di persone interessanti. C’era l’attore Mario Montez, il filmaker Piero Heliczer e poi Angus McLise, poeta, artista e batterista che suonava con LaMonte Young e John Cale nel Dream Syndacate. Fu allora che nacque il primo nucleo dei Velvet con Lou, John, Sterling e Angus alle percussioni. A Ludlow Street furono composte gran parte delle canzoni poi finite nel primo album dei Velvet. Registravano sempre anche le sessioni d’improvvisazione, sarebbe bello adesso avere tutto quella roba, c’era del materiale eccezionale. Quando jammavano, le chitarre suonavano massimo due note la viola faceva il bordone d’ambiente e Angus suonava con le mani un set di bonghi e percussioni di sua invenzione.

Angus McLise si era diplomato alla Forest Hills High School nel Queens dove aveva sviluppato il suo interesse per la musica, in particolare per le percussioni. Quando si trasferì a New York per studiare iniziò a suonare con vari gruppi jazz e sviluppò da autodidatta il suo stile allucinante. Dopo un periodo di servizio militare, raggiunse a Parigi Piero Heliczer, caro amico dai tempi della scuola. Insieme fondarono l’oscura casa editrice Dead Language Press, con la quale pubblicavano le proprie poesie e i lavori degli allora sconosciuti poeti beat americani. Quando Angus tornò negli Stati Uniti, LaMonte Young lo invitò a suonare nel suo trio e  iniziarono le sperimentazioni del Theatre Of Eternal Music con John Cale, Tony Conrad e Marian Zazeela.

LaMonte Young: Angus è stato uno dei più grandi batteristi di tutti i tempi, non suonava per se o per gli altri, suonava per l’universo.

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Sterling Morrison: Ogni volta che oggi qualcuno parla di underground mi viene da sorridere perché la parola venne fuori allora a New York ed era riferita alla cricca di nostri amici cineasti, attori, registi. Infatti quando Tony Conrad trovò per caso quel libro, pensammo che il titolo fosse perfetto per il nome del gruppo. Noi eravamo parte integrante di quella scena, rumoreggiavano sui film durante le proiezioni, uno di loro in particolare ci aiutò a trovare la nostra strada, Piero Heliczer, un vero cineasta, underground, il primo che ho conosciuto. Uno dei primi giorni di primavera del 1965, John e io stavamo passeggiando per le baraccopoli dell’East-Side, incontrammo Angus che ci portò da Piero. Stavano organizzando nella vecchia cineteca un happening chiamato Launching The Dream Weapon. La serata fu un delirio, al centro del palco c’era uno schermo cinematografico con i film di Piero, tutto intorno una serie di veli illuminati a intermittenza da luci e proiettori di diapositive, i ballerini giravano a caso sul palco, qualcuno leggeva poesie, mentre dietro lo schermo noi suonavamo. In quell’occasione fu chiaro che la nostra musica doveva essere diversa dal normale rock & roll. Registrammo un nastro demo che includeva Venus in Furs, Heroin, Wrap Your Troubles in Dreams e The Black Angel’s Death Song. John fece avanti e indietro con l’Inghilterra per tutto il 1965 per trovare contatti ed etichette interessate a produrci. Ogni volta che tornava portava con se dischi di band molto più vicine alla nostra sensibilità rispetto ai gruppi americani. Le possibilità di fare successo negli Stati Uniti erano minime, da qui l’idea di emigrare in UK, sono sicuro che saremmo partiti se non fosse accaduto presto qualcosa di buono.

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Qualcosa successe, CBS News decise di fare un film sul movimento culturale sotterraneo newyorkese, proprio Piero Heliczer fu scelto come regista, Piero chiamò i Velvet come band rappresentativa della scena. Il breve documentario passò in TV e attrasse l’attenzione del famoso giornalista musicale Al Aronowitz che volle andare di persona a sincerarsi delle potenzialità della band. Girava voce che Lou Reed affermasse di essere il chitarrista più veloce del mondo, così Al, portò con se a un concerto in cineteca, Robbie Robertson, chitarrista dei The Band, gruppo canadese che andava molto forte ai tempi. Robertson si annoiò dopo poco e disse ad Aronowitz, che Reed era una pippa. Al, però, aveva un fiuto eccezionale, capì che il gruppo aveva le carte in regola per fare grandi cose. Non c’erano altri gruppi così in giro, i ragazzi avevano carisma, polarizzavano l’attenzione del pubblico sia per il loro aspetto che per la strana musica che suonavano, i testi erano veri e poetici. Al parlò con Lou gli offrì 75 $ per suonare in apertura in una grossa serata che stava organizzando nel New Jersey per i Myddle Class, gruppo di cui era agente.

Sterling Morrison: Tutti fummo entusiasti di accettare tranne Angus che si rifiutò di suonare per soldi a comando e si ritirò dal gruppo. Cominciò quindi la disperata ricerca di un batterista per la serata, Lou e io ci ricordammo di Maureen, la sorellina del vecchio amico Jim Tucker ai tempi di Syracuse.

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Maureen Tucker: Ho sempre voluto suonare la batteria, a scuola alle elementari la scelsi come strumento per le lezioni di musica. Poi è arrivato il rock and roll, volevo davvero iniziare a suonare. Ho provato la chitarra, poi sono tornata al primo amore, comprai una batteria da due soldi e iniziai a suonare in una band.

Lou Reed: Mau lavorava come perforatrice di schede di computer, alle cinque quando tornava a casa metteva i dischi di Bo Diddley e ci suonava sopra per ore. Capì subito che sarebbe stata la batterista perfetta per noi.

Il concerto alla Summit High School coi Myddle Class, si tenne l’11 novembre 1965 e fu la prima volta che comparve il nome The Velvet Underground su un manifesto.

Sterling Morrison: Iniziammo con “There She Goes Again”, poi “Venus in Furs” e chiudemmo con “Heroin”. Quando il sipario si aprì ci fu un mormorio di sorpresa per il nostro aspetto che dopo un po’ si trasformò in un ululato di indignazione quando arrivò la musica.

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John Cale: Dopo questa serata, Al ci trovò una residenza per il mese di dicembre presso il Cafè Bizarre, nel cuore del Greenwich Village. Dopo poco tempo i gestori del locale non ne potevano più della nostra musica, mandava via la clientela, non era adatta per la convivialità. Anche noi ci eravamo stufati, decidemmo di fare il giorno di natale, un ultimo concerto col botto suonando tutto il materiale più estremo, in particolare “Black Angel’s Death Song, che ci era stata espressamente vietata. Ovviamente ci licenziarono in tronco. Fu proprio in una di queste sere che conoscemmo Andy Warhol, portato al Bizzarre da Barbara Rubin. Andy s’innamorò di noi ci propose di firmare un contratto disse che ci avrebbe gestiti, dato un posto dove provare e comprato dei nuovi amplificatori. Noi accettammo e dopo pochi giorni eravamo già alla Factory.

Da qui inizia un’altra storia, i Velvet Underground, senza Andy Warhol, Nico e la Factory non sarebbero diventati i Velvet, ma senza tutto quello che era accaduto prima non avrebbero cambiato la storia della musica rock. E’ stato un processo naturale in cui tutta la libertà e sperimentazione sonora è andata avanti di pari passo e si è concretizzata con una forma canzone ineguagliabile e irripetibile. Brian Eno afferma che solo cento persone comprarono il primo disco con la banana quando uscì e ciascuno di quei cento oggi è un musicista o un critico musicale.

Lou Reed: Non mi è mai riuscito di essere in sintonia co mondo. Ai tempi dei Velvet c’era il flower power mentre noi facevamo musica completamente agli antipodi. Se avevamo una canzone che parlava di qualcosa che impauriva anche la musica doveva fare paura, se i testi erano malinconici anche la canzone doveva esserlo. Oggi spesso si tende a fare musica allegra anche se i testi del pezzo sono tristi, nei Velvet non era così, si viaggiava in parallelo. Il genere che più amavo allora era la musica nera, ma poiché sapevo di non essere in grado di suonarla, decisi di seguire una direzione tutta mia. Niente blues, anzi c’era una regola precisa, se qualcuno suonava una scala blues veniva multato. E’ curioso come riascoltandoli oggi i dischi dei Velvet Undeground mi facciano lo stesso effetto dei vecchi vinili blues.

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La fonte principale di questo articolo è stata il libro Up-Tight, The Velvet Underground Story by Victor Bockris e Gerard Malanga. Anche la maggior parte delle fotografie proviene dallo stesso libro e dall’archivio Gerard Malanga. Le altre fotografie sono di Nat Finkelstein, Adam Ritchie,  Donald Greenhaus. Per quanto riguarda la discografia ho fatto una ricerca precisa sui dischi di ogni componente del nucleo embrionale dei Velvet Underground fino al 1966. Sono quasi esclusivamente dischi di musica sperimentale elettronica, psichedelica o frutto della contaminazione di questi tre generi con la poesia. Poesia intesa non solo come risultato di uno stato d’animo scaturito dalle sole parole ma come interazione libera e ludica tra i vari aspetti artistici legati alle azioni di un singolo o più persone che la mettono in atto per esprimere la loro presenza sul pianeta terra. Fare arte musica o poesia, anche se esprime concetti distruttivi, ha un senso costruttivo e vitale, solo esclusivamente se frutto di una collaborazione creativa tra più esseri umani. L’enorme importanza dei Velvet Underground sta proprio in questo, la loro musica ha rivoluzionato e cambiato la storia e dovrebbe essere insegnata nelle scuole al posto del solfeggio. L’ascolto di questi dischi è super consigliato.

DISCOGRAFIA

The Shades – Splashin’ / Strollin’ After Dark (7”, Scottle, 1959)

The Primitives – The Ostrich / Sneaky Pete (7”, Pickwick City Records, 1964)

The Velvet Underground – Loop (7” one side, allegato alla rivista Aspen, 1966)

The Velvet Underground – Prominent Men (LP bootleg, Arkain Filloux, 2012)

Jack Smith – Les Evening Gowns Damnees – 56 Ludlow Street 1962 – 1964 (cd, Table of The Elements, 1997)

John Cale / Tony Conrad / Angus MacLise / La Monte Young / Marian Zazeela – Inside the Dream Syndacate Volume I – 1965 (cd, Table of The Elements, 2000)

John Cale – Dream Interpretation: Inside the Dream Syndacate Volume II (cd, Table of The Elements, 2001)

John Cale – Stainless Gamelan: Inside the Dream Syndacate Volume III (cd, Table of The Elements, 2001)

B.V. Before Velvet (cd/sonic book, Stampa Alternativa, 2002)

Angus MacLise – The Cloud Doctrine (2 x cd, Sub Rosa, 2003)

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