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intervista a Giulia Vallicelli, COMPULSIVE ARCHIVE: “Aver conservato così tante carte, oltre al retrogusto patologico su cui ironizzo nel nome, mi permette di lavorare (e far lavorare) a diversi livelli: linguistico, storico, sociologico, autobiografico. “

– Ciao Giulia, di dove sei, che fai nella vita?

Sono nata e cresciuta a Roma, ma contenta di vivere a Milano da oltre un decennio. Ho cambiato città sia per lavoro, sia grazie alle amicizie coltivate negli anni in ambito musicale. In particolare ho ancora ottimi rapporti con le persone conosciute grazie alla produzione e distribuzione di fanzine. Nella vita faccio molte cose, mi muovo spesso, anche se ho un profilo da persona tranquilla e posata: ufficialmente sono una libera professionista nel settore degli audiovisivi.

– Sei impegnata in prima linea in vari settori. Molti lettori ti conosceranno sicuramente per la tua etichetta Vida Loca Records, dedita soprattutto al punk ma non solo, sei una regista di cinema sperimentale e documentari con interesse specifico per il formato super 8 e poi tante altre cose ancora. Parlaci a ruota libera di tutto quello che fai… grazie.

Prego! La lista di cose che ho fatto potrebbe essere molto lunga, ma solo perché ho cominciato con l’agitazione culturale da adolescente. Per sommi capi: PxMxD distribuzione di fanzine e autoproduzioni femministe e queer, da metà anni Novanta; produzione di fanzine mie e altrui; VIDA LOCA label e booking da inizio Duemila; sperimentazioni in super8 e digital video dalla seconda metà dei Duemila fino a metà anni Dieci, con laboratori pratici per trasmettere le tecniche ad altre persone. Di recente un documentario radiofonico sul festival milanese Zuma e la voglia di misurarmi ancora con l’audio (confesso di sentirmi satura di immagini negli ultimi tempi, maneggiandole ogni giorno). Tutto questo avendo anche dei lavori diurni per archivi di audiovisivi, e notturni, come operatrice di ripresa e dop, per film indipendenti e spettacoli dal vivo. Negli anni ho preferito dividere la sfera delle attività ufficiose da quella del lavoro ufficiale, ma ultimamente sto provando a uscire dal tunnel del multitasking, proprio grazie al progetto Compulsive Archive.

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Di cosa si tratta?

Compulsive Archive è un archivio personale, legato al mio vissuto di adolescente e post-adolescente nella scena punk, fase che a questo punto considero “archiviabile”. È composto da centinaia di fanzine, lettere, cataloghi, dischi, libri, memorabilia, che documentano il passaggio delicato e cruciale dagli anni Novanta ai Duemila, un periodo non ancora propriamente storicizzato. Aver conservato così tante carte, oltre al retrogusto patologico su cui ironizzo nel nome, mi permette di lavorare (e far lavorare) a diversi livelli: linguistico, storico, sociologico, autobiografico.

La spinta forte dietro la produzione di certi materiali è stata la terza ondata femminista degli anni Novanta e la situazione politica che stava attraversando l’Italia (e il globo) in quel decennio. Senza contare una buona dose di insofferenza generazionale. Era il periodo in cui nel punk si stavano manifestando le correnti Riot Grrrl e Queercore.

Trovo che a vent’anni di distanza ci siano alcune similitudini, colte con immediatezza anche dalle persone che oggi incontro nelle scuole d’arte o alle letture pubbliche che faccio, nate proprio in quegli anni. Spiegare a ventenni il modo di fare cultura indipendente, poco prima della diffusione di massa di internet, riserva però delle reazioni sorprese e sorprendenti.

Com’è nata l’idea, come si svilupperà il progetto?

L’idea di Compulsive Archive è nata circa tre anni fa, quando Dafne Boggeri mi ha proposto di tenere un talk sulle fanzine femministe e queer anni Novanta in Italia, per l’edizione 2016 di SPRINT – Salone di editoria indipendente e d’artista a Milano https://www.sprintmilano.org

Gran parte dei materiali, che oggi costituiscono l’archivio, erano ancora a Roma, chiusi in scatoloni e disseminati ormai da dieci anni nei box auto di parenti e amici. Cartoni fatti in fretta e furia, nel momento in cui avevo deciso di trasferirmi, perché a Milano la mia vita sarebbe stata assorbita da altri lavori, con poco spazio a disposizione.

Il riscontro del talk, intitolato GRRRLS, QUEERS & ZINES, era stato oltre le mie più rosee aspettative: posti esauriti, una partecipazione intergenerazionale, molte domande durante e dopo. Ho preso coraggio, anche grazie ai tanti esempi di zine libraries in Gran Bretagna e Stati Uniti, che da anni acquisivano fanzine (e che sono andata a visitare). Quello che avevo conservato però era molto di più: non solo una collezione di pubblicazioni do-it-yourself, ma tantissimi documenti, che testimoniano i rapporti intercorsi tra le persone che producevano e leggevano fanzine in quel decennio; come venivano prodotte, distribuite e fruite, potenzialmente un vero archivio. Nelle scatole di cartone, che non avevo buttato cambiando vita e città, c’erano forme di comunicazione spontanea tra adolescenti e giovani adulte: ragazze che non trovavano spazio e soddisfazione in espressioni culturali convenzionali. I cellulari erano ancora telefoni per pochi e senza social inclusi.

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Per tornare alla costituzione dell’archivio, nel giro di un anno ho trovato uno studio in condivisione dove traslocare i materiali, mi sono infortunata nel mezzo del trasloco (cosa che ha rallentato tutta la faccenda), ma con la perseveranza che mi contraddistingue nel settembre 2018 ho presentato il progetto col suo nome: COMPULSIVE, liberamente ispirato alla rubrica collezionistica dell’amico Adriano “Magou” Di Gaspero, che usciva su Sottoterra Rock Zine. Compulsive si capisce in molte lingue.

Oltre ai materiali che testimoniano l’attività del mailorder PxMxD e della label Vida Loca Records, dentro Compulsive Archive stanno confluendo spontaneamente fondi archivistici di altre persone, con le quali ho rapporti di amicizia e stima, ad esempio quello della queerzine milanese Speed Demon. Proprio grazie ai documenti conservati da Flavio Magnani, per il quarto Punk Rock Raduno ho curato una piccola ma densa mostra-tributo ai Pansy Division: sono tra i gruppi “fondatori” del queercore e hanno un rapporto speciale con l’Italia, ma non tornavano a suonare da molti anni, avendo diminuito le apparizioni live.

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Compulsive è un progetto di archivio vivo, non limitato alla consultazione da biblioteca. Per quello a Milano c’è già una fanzinoteca nella Biblioteca Comunale Zara, gestita dall’associazione La Pipette Noir, che apre una volta al mese ed è più orientata sulle fanzine illustrate: https://milano.biblioteche.it/library/zara/la-fanzinoteca/

Compulsive Archive invece è un archivio privato, ma aperto a creare momenti di confronto tra persone di diverse generazioni ed esperienze culturali. Sto tenendo lezioni e reading, partecipo a festival, apro Compulsive a chi fa ricerca. Quello a cui tengo particolarmente sono le riletture possibili dei materiali conservati, perciò sto cominciando con le residenze per singoli soggetti, gruppi informali e collettivi artistici: definiamo insieme un periodo di studio, un tema presente tra i documenti di Compulsive e una forma di restituzione pubblica. Francesco Goats, xerox artist milanese che ha creato il logo e i poster dell’archivio, ha allestito una sua personale lo scorso giugno, riassemblando elementi di alcune fanzine in fase di digitalizzazione. Da settembre avrò altre ospiti, con iniziative per tutto l’autunno 2019.

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– Con quali tipologie di materiale stai lavorando?

Il focus di Compulsive Archive in questa fase iniziale è la digitalizzazione e catalogazione delle fanzine italiane anni Novanta, ma l’archivio contiene anche molte fanzine internazionali, lettere, libri, dischi, nastri, fotografie, poster, t-shirt, spille, vari tipi di merchandising. Poi ci sono i documenti digitali. Lo scoglio più grande, oltre alla varietà di supporti, è senza dubbio la privacy, trattandosi di storia del presente.

– Hai intenzione di realizzare anche una pubblicazione?

Compulsive Archive ha anche una missione editoriale: evidentemente non ho perso il vizio! Per cominciare verranno pubblicate su carta le tracce delle varie residenze che si svolgono in archivio. In formato libro invece ho in cantiere delle antologie tematiche, con estratti dalle fanzine più interessanti che distribuivo negli anni Novanta-Duemila, accompagnate da testi critici e catalogo, ma sulle date di uscita non mi sbilancio, perché a monte c’è da lavorare parecchio sulle liberatorie.

In parallelo sto progettando un sito ben strutturato, su cui consultare agevolmente almeno una parte dei materiali digitalizzati, che uscirà come integrazione alle antologie stampate.

– Nelle info che descrivono Compulsive Archive, si parla anche della realizzazione di workshop. Spiegaci come funzionano e cosa accade durante il loro svolgimento.

Il primo workshop Compulsive si è svolto a Milano nel dicembre 2018, su invito di Volume dischi e libri. Il collettivo artistico Discipula, con cui c’è una conoscenza ultradecennale, perché costituito da tre quarti della band To The Ansaphone, ha guidato i partecipanti nella rielaborazione di documenti Compulsive selezionati insieme. Il mio ruolo in quella circostanza è stato di archivista e “archivio vivente”, potendo raccontare in prima persona anche i retroscena dei materiali. Discipula pone al centro della sua pratica proprio l’archivio, oltre ad avere un’esperienza diretta nella cultura indipendente anni Duemila: ci siamo ritrovati a Milano a distanza di tempo, con interessi convergenti, e la collaborazione è nata spontaneamente https://www.discipula.com/

Non escludo che se ne organizzino altri, ma al momento sono più orientata sulle residenze in archivio, che consentono un tempo di ricerca ed elaborazione maggiore.

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– Dove e come si possono reperire informazioni e dettagli su Compulsive Archive e rimanere aggiornati sugli sviluppi?

Compulsive Archive ha una sua newsletter mensile ed è presente sui social: Facebook (in italiano) per segnalare gli eventi pubblici locali, Instagram (in inglese) per mostrare il dietro-le-quinte al resto del mondo. A dire il vero la newsletter è il mezzo d’informazione che preferisco. Ne avevo una negli anni Duemila e sono felice di aver recuperato lo strumento in veste contemporanea, collaborando con Designer of What. Per iscriversi: https://www.facebook.com/compulsivearchive/app/100265896690345/

oppure compulsivearchive@gmail.com

Per sbirciare i lavori in corso: https://www.instagram.com/compulsivearchive/

oppure #compulsivearchive

L’archivio si trova fisicamente a Milano, in zona Loreto, ed è visitabile su appuntamento o durante eventi specifici. Il mese di ottobre in molte parti del mondo è dedicato all’apertura degli archivi e Compulsive aderirà in varie forme.

– Spazio Saluti e Ringraziamenti.

Grazie Luca Tab per la curiosità verso il progetto e lo spazio su acquanonpotabile. Grazie a chi ha collaborato con me in varie forme durante questo primo anno: Francesco Goats, Speed Demon Queer Zine, Discipula Collective, Volume dischi e libri, No Fun City. Grazie a chi mi ha invitata a tenere lezioni, esporre durante festival, partecipare a vari momenti pubblici di confronto… insomma, a far uscire l’archivio dall’archivio!

– Chiusura Marzulliana di rito: fatti una domanda e datti una risposta.

Cosa non faresti mai entrare in archivio?

Il metodo Marie Kondo.

Negli anni Novanta chiudevo le lettere così: XOXO.

https://www.instagram.com/compulsivearchive/

https://www.fb.com/compulsivearchive

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The Warlocks, The Falling Spikes, The Velvet Underground, A Symphony of Sound.

Lou Reed: Ai tempi suonavamo il feedback, la gente pensava che fossimo malati, antisociali, adesso è buffissimo come lo usino tutti, ad ogni modo non c’era nessuno come noi e non c’è ancora.

John Wilcock: Di solito la prima reazione di chi li ascoltava, insomma non la sentivano neanche la musica era puro suono, era troppo forte.

John Savage: Per me i Velvet sono un gruppo fuori dal tempo, ogni volta che li ascolto hanno quel senso di sospensione di cui parla Ralph Ellison in The Invisible Man, quando cita i damerini che viaggiavano in metro.

Sterling Morrison: I Velvet Underground sono stati il primo gruppo rock d’avanguardia, e il più grande di sempre.

Rob Norris : Quando si aprì il sipario apparvero i Velvet vestiti in nero, due di loro avevano gli occhiali da sole, uno dei ragazzi con gli occhiali aveva i capelli lunghissimi, catene d’argento e reggeva in mano un grande violino. Il batterista, che ovviamente non realizzammo che fosse una donna, stava in piedi dietro un minuscolo set di batteria. Prima di capirci qualcosa fummo assaliti da un devastante muro di suono, qualcosa di mai sentito e immaginato prima.

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John Cale: Ho avuto un’educazione alla musica classica suonando la viola, ho sentito il rock & roll alla radio ai tempi di Alan Freed ed è stato emozionante, ma non ho mai pensato di suonarlo. Quando studiavo composizione alla Goldsmiths ero completamente ignaro che i Rolling Stones suonassero in un club all’angolo. La maggior parte dei musicisti classici sono davvero insicuri, il conduttore ti dice sempre come suonare un pezzo. Poi dal nulla arriva Cage con un foglio pieno di punti e ti dice: suona quello che vuoi in mezzo. Ci puoi suonare Mozart, Beethoven, Bach chiunque, puoi trovare anche il tuo giro e fare esattamente quello che vuoi. La Monte Young è stata forse la parte più importante della mia educazione alla disciplina musicale. Quando formammo i Dream Syndicate, l’idea era di sostenere le note per due ore alla volta, La Monte teneva la nota più bassa, io tenevo le tre successive, Marion la nota successiva ancora e Tony Conrad teneva la nota più alta. Gli indiani usano il drone con un sistema di accordatura diverso e sebbene utilizzino un approccio scientifico, non lo seguono in modo matematico come facevamo noi. Suonavano per ore, era come un’esperienza mistica dove la cognizione del tempo diventava relativa. Quella fu la mia prima esperienza di gruppo, era così diverso da quello che avevo fatto fino ad allora. Avevo bisogno di un suono forte, decisi di provare a utilizzare corde di chitarra sulla mia viola, la prima volta che provai, sentì un rumore di un motore a reazione di un jet, sperimentare con la viola fu molto stimolante e mi tornò utile in seguito coi Velvet.

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Tony Conrad: Nell’autunno del 1964, John Cale ed io vivevamo in un appartamento al numero 56 di Ludlow Street, lavoravamo con La Monte da un pò di tempo a progetti musicali piuttosto intensi. Parlavamo di cose come intervalli, teoria della musica indiana e musica d’avanguardia. Quando John si è trasferì a casa mia mi trovò seduto ascoltando i dischi di Hank Williams e la mia collezione di 45 r’n’r. Fu così che iniziò ad interessarsi al rock & roll, c’era qualcosa di molto liberatorio in questa faccenda del rock. Il ragazzo che abitava nella porta accanto si chiamava David Gelber, fratello del drammaturgo Jack Gelber che scrisse “The Connection” per i Living Theater. David aveva molti amici nel Queens e andava alle loro feste. Un giorno ci disse di accompagnarlo per incontrare delle persone che stavano cercando musicisti per formare una rock band. Tra loro c’era un tipo con i capelli pettinati all’indietro, baffi sottili come una matita, si chiamava Terry Phillips e aveva dei contatti con la Pickwick, un’etichetta discografica commerciale con base a Coney Island. Ci chiese se suonavamo, se avevamo delle chitarre, se conoscevamo un batterista. Non avevamo chitarre ma conoscevamo un batterista molto bravo, Walter DeMaria. Andammo al quartier generale della Pickwick, uno strano magazzino pieno di dischi, con una piccola stanza dietro una parete bucata dove c’erano un paio di registratori Ampex. La Pickwick voleva mettere in piedi una band per promuovere un disco che uno dei loro autori aveva registrato. Volevano farci firmare dei contratti, regolarizzare tutto ma dopo una lettura veloce, capimmo che ovviamente non era il caso, le canzoni però ci piacquero e accettammo la proposta di fare alcuni concerti. Chiamarono il gruppo The Primitives, il 45 giri s’intitolava “The Ostrich” e l’autore era un ragazzo di 22 anni di nome Lou Reed.

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Suonare i pezzi era semplice perché tutte le corde erano accordate sulla stessa tonalità bisognava solo ricordarsi i break. Era proprio quello che stavamo facendo con LaMonte nel Dream Syndicate, non ci potevamo credere. Iniziammo a suonare senza aver mai provato, ci presentavano dicendo: E ora, da New York City The Primitives, i ragazzini iniziavano a urlare, ballare e saltare. Andavamo in giro su una station wagon e incontravamo altri gruppi che volevano diventare famosi. Lo facemmo per un po’ di mesi, si creò un certo d’interesse sulla band, una nostra foto finì anche su Vogue, poi il disco passò di moda e tutto finì. Resta il fatto che John rimase davvero colpito da Lou e dalla sua capacità di scrivere canzoni.

John Cale: Quando ho incontrato Lou scriveva canzoncine per la radio, poi mi ha fece ascoltare altre cose dicendo che non le avrebbero mai pubblicate, quando sentì Heroin andai completamente fuori di testa.

Tony Conrad: Lou era posseduto del rock & roll, il suo carisma accendeva tutti, la sua musica era semplicemente quello che faceva, in anticipo di circa vent’anni su quello che verrà chiamato punk. Anche John era una persona incredibile, dotata di un’inventiva unica, si muoveva ad un ritmo molto veloce allontanandosi sempre di più dalla formazione classica passando per l’avanguardia, l’arte performativa e il rock. I due si completavano, c’è stato un legame speciale tra loro, erano due persone agli opposti che insieme creavano qualcosa di speciale.

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Lou Reed: Ho sempre voluto essere un chitarrista e cantante rock fin dal primo giorno che ho sentito il programma di Alan Freed alla radio. Ironia della sorte furono proprio i miei genitori ad avvicinarmi alla musica. Volevano che prendessi una borsa di studio per studiare musica classica, ma no, no grazie, suonare in quel modo non era proprio la mia idea di divertimento. Quando misi in piedi una rock band fu la cosa più terrificante che potessi fare per loro, rimasero talmente sconvolti che mi portarono in un ospedale per farmi una serie di trattamenti di elettroshock, non mi fecero i peggiori, ma comunque non fu una passeggiata. Oggi la prendo con filosofia, penso a quello che ho vissuto come a un’esperienza formativa, in fin dei conti quello era il periodo in cui mi interessavo all’elettricità.

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Sterling Morrison: Ho iniziato a studiare tromba a sette anni, promettevo bene, decisi di passare alla chitarra, ispirato da Bo Diddley e Chuck Berry. Ascoltavo la radio tutto il tempo, la musica doo-wah, T-Bone Walker, Jimmy Reed, poi arrivai al blues acustico di Lightnin Hopkins ma ho sempre preferito la chitarra elettrica. Un giorno mi arrivò per posta un invito della Sam Ash Music per una dimostrazione dell’appena inventato fuzz-tone, a me quell’aggeggio non serviva già facevo con l’amplificatore quello che faceva lui. La prima volta che sentì suonare Lou, fu a Syracuse University. il ROTC (Reserve Officers Training Corps) stava marciando nel campus, sentì questa musica di cornamusa che spaccava le orecchie, poco dopo da un impianto hi-fi del dormitorio, una chitarra elettrica che ci suonava sopra. Iniziammo a suonare insieme in alcune delle band più rozze che fossero mai esistite. La mia carriera accademica fu abbastanza girovaga però appena potevo tornavo a Syracuse per suonare con Lou. Dopo un po’ ci perdemmo di vista, lo rincontrai dopo quasi un anno nella metropolitana di New York mentre stavo andando all’università. Era insieme a John Cale, che ancora non conoscevo, mi invitarono a casa di un amico per suonare e sballarci un pò, ovviamente non me lo feci ripetere due volte.

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Tony Conrad: Dopo la storia con la Pickwick non suonavo più con loro e avevo cambiato casa. Lou mi aveva sostituito nel palazzo di Ludlow Street, dove vivevano un bel pò di persone interessanti. C’era l’attore Mario Montez, il filmaker Piero Heliczer e poi Angus McLise, poeta, artista e batterista che suonava con LaMonte Young e John Cale nel Dream Syndacate. Fu allora che nacque il primo nucleo dei Velvet con Lou, John, Sterling e Angus alle percussioni. A Ludlow Street furono composte gran parte delle canzoni poi finite nel primo album dei Velvet. Registravano sempre anche le sessioni d’improvvisazione, sarebbe bello adesso avere tutto quella roba, c’era del materiale eccezionale. Quando jammavano, le chitarre suonavano massimo due note la viola faceva il bordone d’ambiente e Angus suonava con le mani un set di bonghi e percussioni di sua invenzione.

Angus McLise si era diplomato alla Forest Hills High School nel Queens dove aveva sviluppato il suo interesse per la musica, in particolare per le percussioni. Quando si trasferì a New York per studiare iniziò a suonare con vari gruppi jazz e sviluppò da autodidatta il suo stile allucinante. Dopo un periodo di servizio militare, raggiunse a Parigi Piero Heliczer, caro amico dai tempi della scuola. Insieme fondarono l’oscura casa editrice Dead Language Press, con la quale pubblicavano le proprie poesie e i lavori degli allora sconosciuti poeti beat americani. Quando Angus tornò negli Stati Uniti, LaMonte Young lo invitò a suonare nel suo trio e  iniziarono le sperimentazioni del Theatre Of Eternal Music con John Cale, Tony Conrad e Marian Zazeela.

LaMonte Young: Angus è stato uno dei più grandi batteristi di tutti i tempi, non suonava per se o per gli altri, suonava per l’universo.

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Sterling Morrison: Ogni volta che oggi qualcuno parla di underground mi viene da sorridere perché la parola venne fuori allora a New York ed era riferita alla cricca di nostri amici cineasti, attori, registi. Infatti quando Tony Conrad trovò per caso quel libro, pensammo che il titolo fosse perfetto per il nome del gruppo. Noi eravamo parte integrante di quella scena, rumoreggiavano sui film durante le proiezioni, uno di loro in particolare ci aiutò a trovare la nostra strada, Piero Heliczer, un vero cineasta, underground, il primo che ho conosciuto. Uno dei primi giorni di primavera del 1965, John e io stavamo passeggiando per le baraccopoli dell’East-Side, incontrammo Angus che ci portò da Piero. Stavano organizzando nella vecchia cineteca un happening chiamato Launching The Dream Weapon. La serata fu un delirio, al centro del palco c’era uno schermo cinematografico con i film di Piero, tutto intorno una serie di veli illuminati a intermittenza da luci e proiettori di diapositive, i ballerini giravano a caso sul palco, qualcuno leggeva poesie, mentre dietro lo schermo noi suonavamo. In quell’occasione fu chiaro che la nostra musica doveva essere diversa dal normale rock & roll. Registrammo un nastro demo che includeva Venus in Furs, Heroin, Wrap Your Troubles in Dreams e The Black Angel’s Death Song. John fece avanti e indietro con l’Inghilterra per tutto il 1965 per trovare contatti ed etichette interessate a produrci. Ogni volta che tornava portava con se dischi di band molto più vicine alla nostra sensibilità rispetto ai gruppi americani. Le possibilità di fare successo negli Stati Uniti erano minime, da qui l’idea di emigrare in UK, sono sicuro che saremmo partiti se non fosse accaduto presto qualcosa di buono.

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Qualcosa successe, CBS News decise di fare un film sul movimento culturale sotterraneo newyorkese, proprio Piero Heliczer fu scelto come regista, Piero chiamò i Velvet come band rappresentativa della scena. Il breve documentario passò in TV e attrasse l’attenzione del famoso giornalista musicale Al Aronowitz che volle andare di persona a sincerarsi delle potenzialità della band. Girava voce che Lou Reed affermasse di essere il chitarrista più veloce del mondo, così Al, portò con se a un concerto in cineteca, Robbie Robertson, chitarrista dei The Band, gruppo canadese che andava molto forte ai tempi. Robertson si annoiò dopo poco e disse ad Aronowitz, che Reed era una pippa. Al, però, aveva un fiuto eccezionale, capì che il gruppo aveva le carte in regola per fare grandi cose. Non c’erano altri gruppi così in giro, i ragazzi avevano carisma, polarizzavano l’attenzione del pubblico sia per il loro aspetto che per la strana musica che suonavano, i testi erano veri e poetici. Al parlò con Lou gli offrì 75 $ per suonare in apertura in una grossa serata che stava organizzando nel New Jersey per i Myddle Class, gruppo di cui era agente.

Sterling Morrison: Tutti fummo entusiasti di accettare tranne Angus che si rifiutò di suonare per soldi a comando e si ritirò dal gruppo. Cominciò quindi la disperata ricerca di un batterista per la serata, Lou e io ci ricordammo di Maureen, la sorellina del vecchio amico Jim Tucker ai tempi di Syracuse.

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Maureen Tucker: Ho sempre voluto suonare la batteria, a scuola alle elementari la scelsi come strumento per le lezioni di musica. Poi è arrivato il rock and roll, volevo davvero iniziare a suonare. Ho provato la chitarra, poi sono tornata al primo amore, comprai una batteria da due soldi e iniziai a suonare in una band.

Lou Reed: Mau lavorava come perforatrice di schede di computer, alle cinque quando tornava a casa metteva i dischi di Bo Diddley e ci suonava sopra per ore. Capì subito che sarebbe stata la batterista perfetta per noi.

Il concerto alla Summit High School coi Myddle Class, si tenne l’11 novembre 1965 e fu la prima volta che comparve il nome The Velvet Underground su un manifesto.

Sterling Morrison: Iniziammo con “There She Goes Again”, poi “Venus in Furs” e chiudemmo con “Heroin”. Quando il sipario si aprì ci fu un mormorio di sorpresa per il nostro aspetto che dopo un po’ si trasformò in un ululato di indignazione quando arrivò la musica.

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John Cale: Dopo questa serata, Al ci trovò una residenza per il mese di dicembre presso il Cafè Bizarre, nel cuore del Greenwich Village. Dopo poco tempo i gestori del locale non ne potevano più della nostra musica, mandava via la clientela, non era adatta per la convivialità. Anche noi ci eravamo stufati, decidemmo di fare il giorno di natale, un ultimo concerto col botto suonando tutto il materiale più estremo, in particolare “Black Angel’s Death Song, che ci era stata espressamente vietata. Ovviamente ci licenziarono in tronco. Fu proprio in una di queste sere che conoscemmo Andy Warhol, portato al Bizzarre da Barbara Rubin. Andy s’innamorò di noi ci propose di firmare un contratto disse che ci avrebbe gestiti, dato un posto dove provare e comprato dei nuovi amplificatori. Noi accettammo e dopo pochi giorni eravamo già alla Factory.

Da qui inizia un’altra storia, i Velvet Underground, senza Andy Warhol, Nico e la Factory non sarebbero diventati i Velvet, ma senza tutto quello che era accaduto prima non avrebbero cambiato la storia della musica rock. E’ stato un processo naturale in cui tutta la libertà e sperimentazione sonora è andata avanti di pari passo e si è concretizzata con una forma canzone ineguagliabile e irripetibile. Brian Eno afferma che solo cento persone comprarono il primo disco con la banana quando uscì e ciascuno di quei cento oggi è un musicista o un critico musicale.

Lou Reed: Non mi è mai riuscito di essere in sintonia co mondo. Ai tempi dei Velvet c’era il flower power mentre noi facevamo musica completamente agli antipodi. Se avevamo una canzone che parlava di qualcosa che impauriva anche la musica doveva fare paura, se i testi erano malinconici anche la canzone doveva esserlo. Oggi spesso si tende a fare musica allegra anche se i testi del pezzo sono tristi, nei Velvet non era così, si viaggiava in parallelo. Il genere che più amavo allora era la musica nera, ma poiché sapevo di non essere in grado di suonarla, decisi di seguire una direzione tutta mia. Niente blues, anzi c’era una regola precisa, se qualcuno suonava una scala blues veniva multato. E’ curioso come riascoltandoli oggi i dischi dei Velvet Undeground mi facciano lo stesso effetto dei vecchi vinili blues.

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La fonte principale di questo articolo è stata il libro Up-Tight, The Velvet Underground Story by Victor Bockris e Gerard Malanga. Anche la maggior parte delle fotografie proviene dallo stesso libro e dall’archivio Gerard Malanga. Le altre fotografie sono di Nat Finkelstein, Adam Ritchie,  Donald Greenhaus. Per quanto riguarda la discografia ho fatto una ricerca precisa sui dischi di ogni componente del nucleo embrionale dei Velvet Underground fino al 1966. Sono quasi esclusivamente dischi di musica sperimentale elettronica, psichedelica o frutto della contaminazione di questi tre generi con la poesia. Poesia intesa non solo come risultato di uno stato d’animo scaturito dalle sole parole ma come interazione libera e ludica tra i vari aspetti artistici legati alle azioni di un singolo o più persone che la mettono in atto per esprimere la loro presenza sul pianeta terra. Fare arte musica o poesia, anche se esprime concetti distruttivi, ha un senso costruttivo e vitale, solo esclusivamente se frutto di una collaborazione creativa tra più esseri umani. L’enorme importanza dei Velvet Underground sta proprio in questo, la loro musica ha rivoluzionato e cambiato la storia e dovrebbe essere insegnata nelle scuole al posto del solfeggio. L’ascolto di questi dischi è super consigliato.

DISCOGRAFIA

The Shades – Splashin’ / Strollin’ After Dark (7”, Scottle, 1959)

The Primitives – The Ostrich / Sneaky Pete (7”, Pickwick City Records, 1964)

The Velvet Underground – Loop (7” one side, allegato alla rivista Aspen, 1966)

The Velvet Underground – Prominent Men (LP bootleg, Arkain Filloux, 2012)

Jack Smith – Les Evening Gowns Damnees – 56 Ludlow Street 1962 – 1964 (cd, Table of The Elements, 1997)

John Cale / Tony Conrad / Angus MacLise / La Monte Young / Marian Zazeela – Inside the Dream Syndacate Volume I – 1965 (cd, Table of The Elements, 2000)

John Cale – Dream Interpretation: Inside the Dream Syndacate Volume II (cd, Table of The Elements, 2001)

John Cale – Stainless Gamelan: Inside the Dream Syndacate Volume III (cd, Table of The Elements, 2001)

B.V. Before Velvet (cd/sonic book, Stampa Alternativa, 2002)

Angus MacLise – The Cloud Doctrine (2 x cd, Sub Rosa, 2003)

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Intervista a Erika Ratti (Nonna Rina): “Cio’ che conta per me, è provare a pensare il concerto come una storia da raccontare che può essere diversa ogni giorno, e un concerto fragile e sincero, usando le cassette audio e le tastiere le più scarse che possano esistere. Non ha importanza, finché ci sei, lì, e con gli altri. “

– Ciao Erika Di dove sei? Che fai nella vita?

Ciao Luca, sono di Sartrouville, non tanto lontano da Parigi, ma i miei sono tutti disegnoitaliani, di Milano. Sono nata in Francia ma sono partita a Bruxelles per studiare e ci sono rimasta fino ad allora. Quando non faccio l’animatrice per bambini punk con l’associazione La boîte à Clous, suono la tastiera e canto canzoni d’amore e canzoni di lavori sperduti. Faccio pure parte di un piccolo collettivo che gestisce una mediateca alternativa, la Mediateca NGHE, mediateca sportiva e sognatrice. Per scelta, per ora, sono un’assistita sociale, ossia mantenuta dallo stato e da chi lavora direbbero certi arrabbiati, o con altre parole, ho diritto all’equivalente del RSA francese (borsa di solidarietà). Senza di lei, non riuscirei a fare tutto questo.

– Come ti sei appassionata alla musica, parlami dei tuoi progetti musicali, ne hai molti e diversi.

Da piccola, ascoltavo gli Acqua e rap Francese, e poi il pop-rock. Seguivo i gusti di mio fratello. Arrivando a Bruxelles per studiare il disegno, ho cominciato ad uscire, a bere, e ad andare a concerti. Tantissimi concerti in luoghi alternativi ma anche molti concerti d’appartamento, nelle case degli amici. E così ho scoperto la musica lo-fi. Penso sia il fai-da-te che mi piaceva in questa cosa, da studenti con pochi soldi, o disoccupati, che hanno voglia di festa e di musica, e che hanno voglia di suonare.

casioDa lì, ballando e scherzando, abbiamo montato un gruppo di non-musicisti con due amici : gli Dezodo, musica elettronica punk da sala da bagno. È durato appena una stagione, con sei date in sei case diverse, tra cui quattro sale da bagno. Per me, è stata una liberazione. Suonare e fare concerti senza nessuna pressione, senza grandissima ambizione che il divertimento e la festa. Avevo recuperato una vecchia tastiera Casio CT-470 dai miei e cominciavo a comporre le prime canzoni su Garage Band, solo strumentali e molto brevi, col nome Erika et plusieurs rats, ossia Erika e diversi ratti. Le mettevo su Soundcloud tanto per farle esistere. La tastiera aveva un bel suono. Nel frattempo, con due amiche toste, abbiamo montato un gruppo, Piscine. Anche qui, suonavo con questa tastiera e con loro era molto bello comporre canzoni un po’ elettroniche dolci strambe. Non sapevamo definirci, o forse non volevamo. Ci sentivamo forti, forse perché siamo tre donne, e forse perché malgrado i problemi tecnici che avevamo ad ogni concerto, ci volevamo tanto bene. Col tempo, non riuscivamo più a vederci tanto e abbiamo smesso. Ma sono bellissimi ricordi e le canzoni, secondo me, meriterebbero una cassetta.

E così, ho cominciato piano a piano a comporre canzoni con testi e a cantare i testi Andiamo!che scrivevo nei quaderni, ma ancora di nascosto. Registravo le cassette a casa e non le facevo sentire a nessuno ; sono qui archiviate in camera. Allora Maggio del 2017, ho proposto a Vincent Wagnair di suonare con me, una sera in cui presentavo le mie fanzine. Queste fanzine raccontano di una donna sola che vaga sulle aree di servizio a tempo indeterminato. Quella sera è nato il progetto Vintimille, con cui suono ancora e che ci è tanto caro a tutti e due. Sono due tastiere ed è tutto improvvisato. Ogni concerto ha un suo momento ben preciso, se siamo stanchi suoniamo da stanchi, se siamo tristi suoniamo da tristi, con una calma celestiale. Sogniamo di un tour di concerti in chiese e cappelle con il gruppo Ce soir, tastiera a quattro mani super medievali super teneri che ti consiglio.

nonnarinaIl progetto Nonna Rina è venuto col tempo, e suonando tardi alla sera con amici, rhum, e il bisogno di riversare pensieri e fantasmagorie. Il primo concerto è durato cinque ore, all’occasione di una serata, occasione per provare diverse cose per non fare semplicemente un concerto di canzoni. Tanto, non ne avevo abbastanza da cantare. Volevo inventarmi dei dispositivi per suonare da sola e con la gente, facendo una chiamata per esempio o registrando delle cassette di passeggiate. Cio’ che conta per me, è provare a pensare il concerto come una storia da raccontare che può essere diversa ogni giorno, e un concerto fragile e sincero, usando le cassette audio e le tastiere le più scarse che possano esistere. Non ha importanza, finché ci sei, lì, e con gli altri.

– Dove si possono ascoltare? Dammi un po’ di link e riferimenti web.

Qui troverai diverse cosine

https://soundcloud.com/dezodo

https://soundcloud.com/piscinemusic

https://soundcloud.com/vintimille

https://econore.bandcamp.com/album/andiamo

https://100cani.bandcamp.com

https://soundcloud.com/nonnarina

https://nonnarina.bandcamp.com

https://www.mixcloud.com/mediatheque-nghe/stream

– Tu vivi a Bruxelles, da quanto sei li? Parlami dell’aria che si respira e di come si vive, della scena musicale artistica underground che in questa città a mio parere è sempre stata molto viva.

edition dreamVivo a Bruxelles dal 2009, sono già dieci anni. Non li ho visti passare. Sono venuta qua per gli studi, come dicevo, e ci sono rimasta per passione e per comodità. Anche perché qui ho gli amici con cui portare avanti progetti di vita a cui tengo, come la mediateca NGHE appunto. Prima di arrivarci, non conoscevo nulla di questa capitale, solamente i fumetti di Tintin e dei Puffi, e le birre. Cominciando ad uscire, ho scoperto la vita della città notturna, e tutti i locali dove ballare o dove vedere concerti. Bruxelles è un incrocio di paesi, puoi vedere un concerto tutte le sere, e festeggiare tutte le sere, gironzolare. D’estate più che d’inverno forse, ma dipende da te, e le case sono grandi per cui la festa la trovi dagli amici. Non si mangia tanto bene in Belgio, ma si bevono tante birre molto buone che ti fregano ! Comunque c’è sempre da fare, anche troppo a volte. cartengheNel centro trovi dei bar che chiudono tardi dove puoi ubriacarti fino a tardi, e tutte le sere, e senza spendere tutti i soldi dell’affitto. Nonostante tutto, dal 2009, gli affitti sono aumentati, la vita in generale, perché anche Bruxelles sta cambiando -tristemente-, ma puoi ancora trovare modo di vivere con poco se capiti giusto, e poterti pagare una birretta.

Aprono e chiudono locali in continuo. Ci sono sempre posti in cui vedere concerti sconosciuti e meno sconosciuti con entrata a offerta libera. Il Barlok è un posto da conoscere che purtroppo, anche lui, è vittima delle decisioni prese da tristi esseri umani potenti che distruggono ciò che è vita. Al Barlok potevi vedere concerti tutti i giorni a prezzo libero, serate intere di concerti punk, rock, queer, sperimentali, cose strane che non vedi da nessuna parte. Ho fatto delle feste incredibili lì dentro.

Negli anni ottanta c’erano grosse free party, una scena tecno acida molto bella chetopi mi raccontava spesso un amico caro che ci ha lasciati a Dicembre (Dominique Lohlé, love & rage). Mi raccontava di grandissimi posti abbandonati dove aveva trascorso lunghe notti a ballare sotto effetti. Questi posti qui non esistono più. Molti posti stanno sparendo, la città viene pulita, quartieri interi stanno cambiando per parere più accoglienti. È stata votata una legge anti-squat e molti palazzi vuoti vengono gestiti da agenzie immobiliari che propongono contratti di locazione precari = anti squat a palla. Ma di posti dove festeggiare fino all’alba ce ne saranno sempre e sempre, ne troveranno.

Ad ogni modo, Bruxelles è un gioioso bordello che riunisce molte comunità straniere che secondo me fanno la ricchezza di questa città. E direi pure delle comunità che permettono una certa resistenza di vita vera. La mediateca si trova a Molenbeek, in un quartiere popolare maggiormente musulmano, ma non solo. Qui ci vivono molte famiglie e di tantissime origini diverse ; il quartiere non è caro, è piuttosto povero, ma tanto vivo. Adesso che ci abito, nella stessa casa dove si trova la mediateca, vivo in una realtà della città, che voglio difendere e che deve resistere. Vedremo quanto tempo ci riusciremo..paris

– Ho suonato e fatto la mostra la scorsa settimana alla Médiathèque NGHE, un posto molto bello che gestisci con altre amici. Da quello che ho capito la missione del Médiathèque è quella di catalogare fanzine e dischi DIY da tutto il mondo, dare la possibilità di consultarle e ascoltarli, oltre a organizzare concerti e mostre sotterranee. Insomma un vero è proprio luogo fisico autogestito dove potersi incontrare e condividere passioni comuni non è una cosa da poco nel mondo odierno. In Italia al momento non esiste un luogo del genere, sono rimasto molto impressionato e contento di averci suonato. Parlamene a ruota libera.

In effetti, posti come questo non ne esistono tanti. Soprattutto posti dove si difende la gratuità !

disegno1L’ho citata parecchio fino a qui perché questa grande casa della mediateca è per me un modo di credere in un possibile diverso. È un modo per resistere ai mostri capitalisti. Non facciamo concerti per fare soldi, non vogliamo una cultura unica ed omogenea, e non vogliamo sostenere la cultura dei culturati. A noi interessa la fragilità. La musica tradizionale di un paese che non conosciamo bene e le canzoni blues di un disco del Mississippi Records (https://www.youtube.com/watch?v=Vnz2p5KP0p4). Puoi trovare di tutto.

La fortuna che abbiamo, è che un membro della mediateca è proprietario della casa (acquistata 6 anni fa dalla famiglia) e quindi NGHE può godere di una certa libertà. L’affitto è minimo. Siamo spesso senza soldi, ma mettendo un po’ dei nostri, e organizzando qualche serata super ballanti, riusciamo a contribuire alla collezione di l'amourdischi e di cassette. Per noi è importante aprire regolarmente lo spazio al pubblico, per incontrare chi abita nel quartiere e per rendere viva la collezione. Non ha senso collezionare per lasciare nel silenzio e sotto la polvere. Chi viene, può ascoltare un disco, copiarlo su cassetta audio, portarci una cassetta audio da copiare e da aggiungere alla collezione, bersi una birra leggendo una fanzine del info-kiosque (http://infokiosques.net). Siamo su Facebook, ma cerchiamo di usare il più possibile le mail e la Newsletter, che curiamo con attenzione. Tra l’altro, se vuoi, puoi iscriverti scrivendoci qui: nghemediatheque@gmail.com

Siamo in 6 nel collettivo, ma sostenuti da tanti amici su cui contare. Vogliamo riunire la gente con la musica, creare momenti musicali riguardo ad un contesto, o come il contesto può fare la musica. Ci piace organizzare fuori casa, e tra l’altro a Luglio partiamo quattro giorni su un piccolo battello che ci viene prestato, per vivere la mediateca in modo nomade sui bordi dei fiumi belgi.noona rina vacio

Non sappiamo ancora quanto tempo la mediateca NGHE potrà esistere, sicuramente finché avremo tempo per farla vivere, senza dover lavorare per sopravvivere. Ci riflettiamo tutti insieme e questo ci rende forti insieme, almeno per continuare a credere in questi sogni.

– Programmi per la primavera estate tuoi e della Médiathèque? So che sarai in giro a suonare e che ci rivedremo a giugno.

La mediateca chiude d’estate perché saremo tutti via, ma continuiamo ad alimentare la collezione dei dischi e cassette trovati in viaggio. Certi di noi sono partiti in camping-car per fare della radio pirata nel sud della Francia. Io ho previsto un tour col gruppo Charlène Darling, in cui suono la tastiera, e poi diversi giri in Bretagna per vedere paesaggi lontani dalle città. Farò pure un salto lungo a Roma dove ho amici darlingcari e dove mi piace sudare gioiosamente e generosamente col cuore, scalza e nuda, dimenticando quanto il tempo fila quando sto a Bruxelles.

Grazie

Grazie a te, Luca !

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Intervista alle Pi$ : “PI$ è nato dalla frustrazione di non avere nessuno con cui suonare non seriamente, seriamente, e poi io e Lucia abbiamo sempre voluto una SuperGirl band. I ragazzi sono brutti”

Ciao Lucia e Lucrezia, che fate nella vita presentatevi?

“Ciao, siamo Lucrezia (LuLu) e Lucia (Lu), siamo le frontmen delle PI$. LuLu suona la FOTO6chitarra canta e scrive i pezzi, Lu suona la chitarra canta e scrive i pezzi. Abbiamo anche un tastierino che suona la batteria. Oltre a fare un sacco di casino, Lucrezia studia filmmaking e fotografia a Londra con dei coinquilini puzzoni e Lucia sta a Napoli sperando di diventare presto vecchia e di avere un sacco di gatti. Facciamo i video, i disegni, inventiamo un sacco di storie, ci immaginiamo i mostri e scappiamo”.

Parlateci del vostro progetto musicale PI$, come avete iniziato, come vi siete conosciute, da quanto esiste la band?

LuLu:”Lucia mi ha soccorso tre anni fa durante un attacco di panico preconcerto con la mia prima band sfigata”.

Lu:”Sì, ero là anche io con la mia prima band… la rassicurai dicendole che facevo schifo pure io a suonare. A gennaio di quest’anno ci siamo presentate come duo a un festival, senza mai aver provato, senza canzoni e senza nome, ed è stato fantastico”.

LuLu:”PI$ è nato dalla frustrazione di non avere nessuno con cui suonare non seriamente, seriamente, e poi io e Lucia abbiamo sempre voluto una SuperGirl band. I FOTO5ragazzi sono brutti”.

Di questi tempi è un caso più unico che raro scoprire musica come la vostra fatta da giovanissim* soprattuto nella nostra bella Italietta piena di Italo Poppe, Trappe e altra monnezza assortita, come vi siete appassionate a musica del genere?

Lu:”Non sono appassionata a musica del genere, ma a musica degenere, mi piace scavare per trovare cose che suonino come la mia testa. Ho iniziato da piccola con il folk un po’ triste, perché avevo bisogno di sentirmi felice. Ora credo di ascoltare solo rock ‘n rolle e altra roba stonata quanto me. Comunque non sono brava a classificare quello che ascolto”.

LuLu:”Io amo anche la monnezza assortita, perché sono tamarra. Ascolto di tutto  da FOTO3quando ero una bambina, da Nick Drake a Nicki Minaj. Belli i Sonic Youth”.

E’ appena uscito il vostro primo disco per la Bubca records, un ep falso vinile 7” di 4 canzoni che ci riporta direttamente indietro nel tempo a gruppi come Beat Happening. Lo-fi garage pop della K records, sono convinto che Calvin Johnson sbaverebbe per roba come la vostra, una curiosità conoscete i Beat Happening?

LuLu:”Eccert. Spaccano e mi fanno anche tristezza”.

Lu:”MR. FISH IS HAVING A PARTY DOOOWN AT THE SEA. Le persone che non conoscono i Beat Happening non sono nello spazio quanto me”.

66713043_2539948126036172_8455716206870003712_nLuLu:”Però forse sono un po’ più felici…”

Come vi ha contattato la Bubca records, com’è andata la vicenda? Conoscevate l’etichetta? Come si fa ad avere il disco?

Lu:”Io conoscevo già la Bubca Records, era inaspettato ed è stato fantastico”.

LuLu:” Io no, mi sembra ancora surreale. Vicenda simpatica”

Lu:”Mi piace quello stile, suona male da Dio. È come quando ti metti a cercare nei mercatini pieni di dischi rivenduti, si trova sempre qualcosa di inaspettato. Mi ha contattata Tab_Ularasa dopo aver trovato il video di Common Carp che abbiamo pubblicato su YouTube e poi da lì abbiamo pensato ad un ep, perché avevamo già delle demo registrate. Per l’ep potete contattare Tab o mandare una mail a me (lucyinthediamondsandshit@gmail.com) se siete di Napoli e dintorni”.

I vostri pezzi sono tutti diversi si va dl lo-fi pop, al garage/punk alla Cramps o punk66176961_485913872234764_4482430266144456704_n Riot Grrrl, insomma si sente che vi piacciono tante cose e a pelle penso che il gruppo abbia delle potenzialità enormi tutte da scoprire. State prendendo sul serio la cosa?

Lu:”La serietà fa un po’ schifo, mi piace scherzare sui testi e sui riferimenti. Credo che ciò che suoniamo, esca in un modo perché suoniamo in quel modo, non potrebbe essere diversamente, non so se mi spiego”.

LuLu”Io penso che il  fatto che la band sia nata come uno scherzo, che i pezzi siano stati scritti di getto un pomeriggio in camera mia, ci abbia dato l’appeal”.

Sono rimasto folgorato da IOMISONOINNAMORATODITE, mi piacciono tutte le canzoni, raccontatemi in genere come funziona quando le fate e create?   

LuLu:”Prendiamo il tastierino di mia sorella di 5 anni, scegliamo un tema e iniziamo a suonare per immagini. Usiamo parole simpatiche e la drummachine delle Superchicche”.

Lu:”IOMISONOINNAMORATODITE l’ho scritta perché mi sentivo innamorata e volevo parlare di cose carine come le farfalle.”

LuLu:”Abbiamo approccio Punk e risultato kidfriendly.”

Lu:”Credo sia perché ci piacciono i glitter.”

FOTO8

La registrazione è molto bella, come l’avete fatta? Anche in questo caso è molto raro trovare gente così giovane e brava che si registra in questo modo, ascoltando i pezzi viene in mente tutto il filo rosso che collega i riferimenti musicali fatti prima con la musica teenager garage anni 60.

LuLu:”Ci siamo chiuse in una saletta per qualche sera col nostro amico Galileo (Salvatore) che ci ha dato una mano, abbiamo montato poche cose e fatto tanto rumore proteggendo il microfono con un mio calzino”.

66384073_1294253604072272_1839861623355867136_nLu:”Credo sia fondamentale non cambiare mai le corde alla chitarra prima che si rompano tutte, è bello come suonano le cose quando iniziano a rompersi, è un processo naturale. Anche il gelato è importante”.

In pratica avete fatto tutto voi anche le copertine, foglio interno ecc ecc… oltre che di musica da come si capisce vi interessate e siete appassionate di altro, tipo disegno, grafica, video… è così?

Lu”Io faccio esplodere i circuiti e unisco pezzi di bambole…”

LuLu:”A entrambe piace il DIY, Lucia scassa i giocattoli e li modifica, a me piace costruirmi gli oggetti di scena. Faccio videomaking, ma nel progetto con le PI$ uniamo vari elementi artistici”.

Lu:”È come una lavatrice spaziale in cui buttare i panni sporchi e un giorno ci 64584344_901882293495035_1463610887519600640_nporterà sulla Luna. Comunque, abbiamo coinvolto anche alcuni amici per aiutarci con le grafiche; ringraziamo sia Yev che Aure”.

Avete fatto molti concerti? Avete in programma di iniziare ad andare in giro o per adesso basta suonare e registrare intorno casa? Che programmi avete?

Lu:”Sì tantissimi, nella mia testa”.

LuLu:”Solo uno, il concerto fondamentale per la nascita delle PI$, ma il mondo ci ama già. Ora stiamo registrando e scrivendo nuovi pezzi per il CD, faremo un po’ di concerti con il disco pronto, sia in Italia che a Londra, dove ho preso qualche contatto. Ci piace il mood del progetto e  suonare in generale, davanti alle persone , nei posti.”.

Per adesso ci salutiamo e vi auguro di passarvela bene quest’estate, come di rito chiudiamo con la solita formula: fatevi una domanda e datevi una risposta.

LuLu:” Are you online in my same spiderweb?”

Lu:”No, but I will sand you nudes  anyway”.

PI$ and Love.

PI$ sono su Bubca records qui 

Se volete il disco scrivete a tab_ularasa@hotmail.com

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Tab_ularasa – Sesso espresso al distributore Esso

Estate 2019:

In questo periodo storico in cui tutto è tornato tabù, in cui non si può più parlare di niente con ironia, in cui i maschi con le palle, coglioni veri e fieri dovrebbero estinguersi come i dinosauri talmente sono inutili al mondo e in cui la maggior parte delle femministe s’incazzano anche se gli dici “PE””, senza ricordarsi delle loro Nonne, ci voleva questa canzoncina stupida demente per tornare a sorridere e rimettere le cose al loro posto: “Sesso Espresso al Distributore Esso”.

Neanche 3 minuti che cancellano e mandano a quel paese (non il nostro!) in un attimo tutte le fisime e seghe mentali dell’italian* medi*, patologie gravi frutto e conseguenza dell’essere cresciut* ed educat* come se nella vita ci fosse un lieto fine solo perché ci hanno messo al mondo con le caramelle in bocca. Ebbene non è così, fatevene una ragione, mettetevi l’anima in pace.

Sempre citando il nostro disagiato bruciato, “Dopo la morte si crepa”, non c’è un lieto fine, godetevi il vostro SESSO a pagamento o gratuito al DISTRIBUTORE ESSO, sorridete togliendovi il vostro brutto grugno dalla faccia, siate felici di esserci per voi e forse anche per gli altri.

firmato:

il Conte Uguggione

p.s. : il Principe Azzurro e la Regina di Cuori esistono solo nelle vostre menti bacate.

SESSO-prenestiina-instagram.jpg

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Bubca Records summer compilation 2019 (l’altra musica)

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01 Duodenum – Let it shine

02 Lac Observation – Alien

03 Zufux – Ain’t rain

04 Ciclopi – Oggi è così

05 Rawwar – Take a photo

06 The Chats – Temperature

07 Janitos & The Scums – Gummequim

08 Sleepy tree one grill band – Prega

09 Bo Loserr – Activation

10 Pist Idiots – Fuck off

11 Re Beluga – Com’è triste la città

12 Tab_ularasa – Mondo Tarocco

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Scorpion Violente – The Stalker, il disco più deviato e devastante di synth/wave/punk del nuovo millennio.

Dopo un po’ di giorni di pausa eccomi di ritorno dai monti, per voi e solo per voi per voi e solo per voi? No Per me solo per me! Per chi? Boh e che cavolo ne so?!!!

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Oggi parlerò degli Scorpion Violente da Metz, Francia. Duo allucinato specializzato in creare atmosfere apocalittiche dilatatissime con vecchi synthoni giganti della fine 70 inizio anni 80. Tutto viene quadrato su batterie elettroniche minimali che più minimali non si può con pochissime note Senza_titolo1_1353452619suonate lentissime-lunghissime, la maggior parte dei brani è strumentale. Attivi dal 2010 con la buona prima uscita Uberschleiss su la nostrana Avant! Records si migliorano nel secondo disco lungo del 2012, The Raptist per franco/belga Teenage Menopause Records, ma il loro capolavoro totale di alienazione è il 12” EP the Stalker uscito nel 2017 su Bruit Direct Disques, il disco più deviato e devastante di synth/wave/punk del nuovo millennio. Il gruppo certo si rifà come approccio a Suicide o gruppi tedeschi anni 80 miscelati con psichedelia scura alla Spacemen 3 e Loop, ma a mio parere dentro The Stalker va oltre. Il loro approccio e la loro musica sono riconoscibili al sorpion-violente_1primo ascolto, semplicemente unici, dal vivo sono come su disco, visti a casa loro un po’ di anni fa, un pugno nello stomaco e un reset completo al cervello. Gli Scorpion Violente sono Emmanuel Setti (Noir Boy George … chi segue acquanonpotabile sa chi è) e il guru Toma Uberwenig attivo in progetti solisti sperimentali tutti da scoprire…fatelo.

Buon ascolto!