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intervista ai WOW: “Posso dire che siamo una band, siamo io (Leo), China, Thibault e Pippo, e che suoniamo nei WOW.”

– Ciao WOW, che fate nella vita presentatevi?

9Ciao Luca! Booh, sta domanda mi mette sempre in crisi (pure se è la più ricorrente): di recente ho letto (in ‘Deux frères’ di Sammy Sapin) che a Bukowski, dopo aver pubblicato il suo primo racconto, l’editrice gli scrisse per chiedere chi fosse, e lui, non trovando le parole, non ha più scritto una riga per dieci anni.

Posso dire che siamo una band, siamo io (Leo), China, Thibault e Pippo, e che suoniamo nei WOW.

– Siete in attività da oramai un pò di anni se potete raccontare la storia del gruppo e la sua evoluzione.

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Abbiamo iniziato cantando in inglese con amici vari, per gli amici; poi China ha chiesto a Thibault (che era da poco arrivato a Roma da Strasburgo, dove suonava nel giro della Grande Triple Alliance internationale de l’Est) di suonare il basso con noi, e le cose si sono fatte un po’ più dense: abbiamo registrato il nostro primo disco (uscito per Vida Loca Rec. e per Bubca, non so se hai presente!?), siamo andati a suonarlo in giro, pure in Francia e Svizzera. Avevamo in repertorio anche questa canzone, diversa dalle altre, ‘Dove sei’ (poi uscita come 7” sempre su Vide Loca Rec.), cantata in italiano, ma pure arrangiata “in italiano”. Ci abbiamo preso gusto con la nostra lingua, e si può dire che l’italiano ha cambiato il nostro modo di suonare.

È arrivato Cheb Samir alla batteria e, al Forte Fanfulla, ci siamo chiusi in sala prove, scrivendo e registrando una canzone al giorno, per quello che poi è diventato Amore (uscito su 42 Records). È poi seguito Millanta Tamanta, in cui suona anche Gianlorenzo Nardi (Lac Observation, Mexique de l’Univers), ma per la fine delle registrazioni il gruppo è esploso: tanti concerti da cui uscivano pochissimi soldi, un minimo di esposizione mediatica che nonostante tutto non riuscivamo a gestire facilmente; quando giri tanto con una band si diventa una specie di famiglia deviata, in cui ovviamente zero soldi, scazzi e incomprensioni portano a mollarsi. Siamo rimasti io e China, e abbiamo rimesso su una band, con Raniero Berardinelli alla batteria e Michelangelo al basso (che insieme suonavano nei Random Axes). Il tour di Millanta Tamanta praticamente non si è fatto: poche date (anche se belle), e un disco che ha un po’ faticato a trovare le sue orecchie. Eravamo un po’ stanchi e demoralizzati, senza sapere bene quello che stavamo facendo. Abbiamo continuato a suonare per un po’ in due, China alla batteria e voce e io alla chitarra, e soprattutto ci siamo presi del tempo per non fare niente…

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E’ da poco uscito il vostro nuovo disco per Maple Death Records e My Own Private Records, com’è nato, di cosa parla? Andate a ruota libera…

La svolta è arrivata, come spesso succede, da fuori: abbiamo iniziato a collaborare con la compagnia teatrale Deflorian/Tagliarini per il loro spettacolo ‘Quasi Niente’. Conoscevano il lavoro di China come attrice, e il nostro dei Wow come musicisti. China gli ha fatto sentire una prima ruvida versione di ‘Niente di Speciale’ e si sono accorti che andava nella stessa direzione del lavoro che stavano portando avanti. Il modo di lavorare di Deflorian e Tagliarini, allo stesso tempo così personale ma così aperto e condivisibile, è stato un esempio per il nostro modo di approcciarci al nuovo disco.

A posteriori credo che anche le serate di Tropicantesimo al Fanfulla, dove la musica viene suonata rallentata (ad esempio 45 giri fatti girare a 33…) e a basso volume, siano state una bella ispirazione per come volevamo suonare: la lentezza ha pure una portata politica che tendiamo a dimenticare oggi, questo poi è un altro discorso… non divago. Abbiamo iniziato a suonare con Pippo Grassi (che suonava già nei Sweat) e abbiamo ritrovato Thibault al basso, e con questa nuova band siamo andati fino a Cuneo, nella fattoria di Boto, dei Movies Star Junkies, a registrare, con Mano, che gira sempre coi Movies, come fonico e al missaggio. In realtà ci eravamo stati pure l’anno prima, da Boto, e avevamo registrato delle cose (nel disco è rimasta ‘Vieni un po’ qui’ da quella sessione) con una sorta di superband locale, con il grande Michele Guglielmi al Rhodes, Tato (che ora suona con Andrea Laszlo De Simone) al basso e Simone Donadini (mio compare nei Trans Upper Egypt, ma pure in Rainbow Island) alla batteria.

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Insomma ci abbiamo messo un bel po’, però alla fine siamo soddisfatti del lavoro, soprattutto della coerenza con cui abbiamo cercato di portare avanti le cose. Manu (del Fanfulla) di MyOwnPrivateRecords e Jonathan di Maple Death sono le persone con cui ci è sembrato più normale uscire (e che erano interessati al disco!): conosciamo bene entrambi, e soprattutto, siamo in ottima compagnia: stimiamo tutte le band che sono uscite sulle loro etichette, e il lavoro che portano avanti.

– Come si fa ad averlo, dove si può ascoltare?

Il disco sta qui https://mapledeathrecords.bandcamp.com/album/come-la-notte

e qui https://myownprivaterecords.bandcamp.com/album/wow-come-la-notte

e si può comprare qui https://mapledeathrecords.bigcartel.com/product/wow-come-la-notte-mdr030

– Prossime date in programma dove lo presenterete?

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qua sotto le prossime, potete restare aggiornati su fb qui https://www.facebook.com/supawow/ per altre date che usciranno, anzi, se volete farci suonare scrivete a Jacopo! jacopo@hangarbooking.com

18/10 Macerata (IT) – Spulla

19/10 Torino (IT) – Blah Blah

31/10 Firenze (IT) – Titty Twister Club

02/11 Parma (IT) – Art Lab

09/11 Milano (IT) – Circolo Ohibò

22/11 Verona (IT) – Colorificio Kroen

29/11 Bologna (IT) – Tpo, Maple Death Night

11/12 Berlino (DE) – Schokoladen

– Ringraziamenti e saluti.

Ringraziamo te, innanzi tutto per la bellissima copertina che ci hai fatto (siamo sempre molto apprensivi, tipo maniacalmente apprensivi, su tutti gli aspetti del disco, però ecco, sul collage che ci hai proposto non abbiamo avuto alcun dubbio, da subito, una specie di miracolo per noi!), per l’intervista, e per le mille cose che fai (la tua canzone ’Pioggia e vento’ per me è un vero tormentone), che continui a fare, e per quello che abbiamo fatto insieme.

Poi ringraziamo tutti quelli che abbiamo incontrato per fare il disco, sono tanti e tutti ci hanno dato tanto.

– Fatevi una domanda e datevi una risposta.

Vero che non ne puoi più di sentire la frase “gli Wow meriterebbero di essere più conosciuti”?

Sì, non ne posso più. Per citare Hugo Sanchez, non siamo noi ad essere sconosciuti, siete voi che siete ignoranti.

Una volta, a un amico musicista, che ha avuto un gran successo, è partita una polemichetta nei nostri confronti: fate concerti per quaranta persone perché siete un gruppo borghese. Piglio e porto a casa, con la precisazione che più che borghese io mi sento aristocratico (anche se senza un euro…). Voglio dire che riconosco, e mi sta pure bene, di fare musica non per tutti, ma per una nicchia. E quello a cui aspirerei non è tanto arrivare a più gente, quanto allargare questa sottocultura (di cui sono pure orgoglioso di far parte), fatta di persone che abbiano un certo gusto per la scoperta, a cui va di sentire qualche cosa di differente e più nascosto della solita minestrina superficiale che ci viene propinata, che continui in un certo modo una ricerca, a esplorare, a scavare…

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il mio disco dell’estate 2019: Ghost Woman Blues : Country Blues 1927-1952

Questo è il mio disco dell’estate, mi ha accompagnato in tutto quello che ho fatto di creativo nella rovente estate del 2019:DSCF2552compilation di bluesman oscuri e conosciuti uscita per Mississippi records nel 2014.DSCF2554ve lo consiglio se vi piace star bene con voi stessi e col mondo, le tracce di questo disco vi possono anche far risparmiare le spese dello psicologo.

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Intervista ai Klippa Kloppa: “Suoniamo all’incirca dal 1999: erano anni in cui vivevamo insieme a Napoli, per frequentare l’università. Con spirito anarchico condividevamo passioni, non solo musicali, esperienze diverse e tanti, tanti dischi: il tutto è confluito nei nostri lavori, che forse, anche per questo, molti hanno spesso definito ‘incatalogabili’.”

0 Image 2019-06-27 at 14.51.49Ciao Klippa Kloppa, che fate nella vita presentatevi?

Pur amando e frequentando la musica da sempre, la nostra indole si è dimostrata troppo irregolare per vivere in questi tempi di sola musica; lavoriamo perciò prevalentemente in altri campi: Mariano e Mariella hanno un’agenzia di comunicazione, Nicola è un operatore sociale, Marco un web-master, Simone un musicologo.

0 Image 2019-06-27 at 12.22.01E’ uscito il vostro nuovo disco per Snodonia dischi, prima di parlarne se potete fare un riassunto veloce di quello che avete fatto nelle puntate precedenti, grazie.

Suoniamo all’incirca dal 1999: erano anni in cui vivevamo insieme a Napoli, per frequentare l’università. Con spirito anarchico condividevamo passioni, non solo musicali, esperienze diverse e tanti, tanti dischi: il tutto è confluito nei nostri lavori, che forse, anche per questo, molti hanno spesso definito ‘incatalogabili’. Quei primi risultati – dal disco del 2003 a nome Tottemo Godzilla Riders, creatura anzitutto di Nicola, pubblicato da Snowdonia, ai successivi album raccolti nel box riassuntivo Klippa Kloppa 2000-2010 – raccontano di un desiderio onnivoro di rileggere la tradizione e frullare le sperimentazioni del presente, andando oltre i vincoli dell’appartenenza a un genere, troppo spesso imposti dalla dittatura della comunicazione musicale degli ultimi decenni. Una necessità, questa, non imposta da una precisa volontà militante, ma nata da uno spontaneo modo di vivere la musica, che tutt’oggi condividiamo quando ci incontriamo per suonare (e fare tanto altro, perché le nostre sessions non sono mai solo un appuntamento musicale). 0 Image 2019-06-27 at 12.22.50Sono così nate le convulsioni avant di The world is full of j, i ritmi saltellanti di Babyday-Babynight e Shikoku F-Dragon Baby, i deliri un po’ free, un po’ rock di Figurine e favoline, e le riletture della classica contemporanea, i ghirigori blues e free-jazz, l’incontro tra exotica ed ardimenti elettronici, i deliri intimi e la ricerca sonora che popolano i lavori degli ultimi anni (molti dei quali confluiti nell’album Le femme blue, o in Siren, Amore cosmico e El pais encantado). 0 Image 2019-06-27 at 12.26.06Il genere rimane indeciso, come se derivasse da un mondo antico o da un futuro lontano, in cui i princìpi antitetici non sono ancora fissati come contrari logici. Una discrepanza che è forse anche una nostra condizione della psiche, ma soprattutto – crediamo – una forma di reazione all’esperienza del reale, un rapporto con la realtà paragonabile a una lugubre allegoria. Al centro del nostro fare musica vi è stata però sempre l’attrazione per la melodia, da cui i numerosi incontri con la canzone, sviluppata attraverso un personale artigianato e la reinterpretazione della forma: Io ti lecco quando vuoi (2007), un percorso lirico e fisiognomico nella passione amorosa; Dio (2010), un mondo di immagini in dissolvenza che si intersecano; i giuochi d’azzardo di brani come Bene vixit qui bene latuit, Fortuna e Koko Kaiba.

disco1Ok ora veniamo al nuovo disco, io l’ho appena ascoltato e penso che sia molto originale e fuori dal comune con tanti collegamenti alla musica italiana d’autore del passato con testi e arrangiamenti molto personali, aria fresca oggi. Parlatene voi, com’è nato? Che storia c’è dietro se ce n’è una… insomma andate a ruota libera.

Liberty è nato l’estate del 2017, che abbiamo trascorso in gran parte insieme, a Caserta, componendo brani nati su testi scritti in italiano da Mariella (che nel frattempo, da qualche anno, si era unita al gruppo), e basati su un comune denominatore: un continuum tra sogno e realtà; pensieri veloci che vanno dall’interno all’esterno e viceversa, brevi attimi in cui incastrare sogni, paure, ideali e messaggi cifrati. Il lavoro di scrittura musicale è stato anzitutto ritmico e melodico, per adattare la forma-canzone a liriche libere, poi d’arrangiamento, lasciando che, spesso, a dettare l’andamento fosse soprattutto una sorta di vigoroso contrappunto tra chitarre, basso e batteria; poi sono venuti gli altri strumenti, talora in collisione, talora in consonanza con le linee melodiche, a conferire qui grazia, lì tripudio armonico. Il percorso è proseguito registrando le voci (ha partecipato anche l’amico Mauro Baccigalupi), trovando il giusto equilibrio tra i suoni – grazie al contributo fondamentale di Maurizio Giannotti del New Mastering Studio –, dialogando con Giulia Palombino, che ha realizzato le illustrazioni per il disco, e ascoltando i preziosi consigli di mamma Snowdonia.

dsico3Come si fa ad averlo, dove si può ascoltare?

Il disco è ascoltabile in streaming e acquistabile all’indirizzo https://snowdonia.bandcamp.com/album/liberty ; si può ascoltare anche su Spotify (dal 20 settembre), dove si può trovare anche buona parte della nostra discografia, nel caso qualcuno fosse curioso.

Avete della date in programma dove lo presenterete?

Per il momento purtroppo non abbiamo in cantiere né presentazioni né live, quando avremo novità su questo fronte le comunicheremo.

Ringraziamneti e saluti.

Il ringraziamenti più grande e sentito va a Cinzia La Fauci e Alberto Scotti di Snowdonia Dischi, che hanno creduto in noi per primi 16 anni fa, che ci hanno sostenuti in tutto il periodo in cui non abbiamo fatto dischi con loro, che ci hanno spinto e aiutato a completare Liberty, che con la loro etichetta diffondono la migliore musica che c’è in Italia. Un grandissimo ringraziamento anche a Giulia Palombino, che ha realizzato tutti i disegni per Liberty e Davide Maldi e Flavio Scutti, che hanno scritto e diretto i videoclip di due brani, “Cinghiali” e “Bach”.

Chiusura Marzulliana, fatevi una domanda e datevi una risposta.

Domanda: Quali sono i musicisti/artisti italiani che oggi apprezzate particolarmente?

Risposta: in Italia abbiamo tanti musicisti/artisti di altissimo livello, qualche nome in ordine spaeso: Architeuthis Rex, HOFAME, I Camillas, X-Mary, N_Sambo, vonneumann, Homunculus Res, Ezio Piermattei, Flavio Scutti, i gruppi della Lepers, Davide Brace e la Tafuzzy Records, l’indimenticata Palustre records (Aldo Becca, Andrea Lepri, Matteo Allodoli ecc) e le sue diramazioni, Maisie, WOW, Quiroga, Bradipos IV, Le Forbici di Manitù, Giovanni Truppi, Giacomo Toni, Mamuthones. Come diceva qualcuno, “ascoltate i loro dischi, non i nostri!”

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Intervista a Beppe Sordi – Sordità Selettive: “Che senso ha fare musica sperimentale oggi?”, la risposta è “ Assolutamente nessuno!!”…..a parte gli scherzi, penso che la musica senza dimensione sociale sia vicino a zero, a volte vorrei essere nelle piazze a suonare il liscio.

Beppe-T.StorchiCiao Beppe di dove sei? Che fai nella vita? Quali sono i tuoi interessi e passioni ?

Ciao Luca, grazie dell’intervista…Sono di Milano, il mio lavoro principale è tecnico audio luci, seguo soprattutto piccole compagnie teatrali; è un lavoro che mi piace, è performativo, mi da l’opportunità di andare in giro e mi lascia anche tempo libero. Faccio anche piccole riparazioni e compravendita di strumenti musicali e quando capita montaggio audio. Mi interessano le forme della natura, le dinamiche sociali, l’improvvisazione, anche come pratica di vita. Mi interessano moltissimo i suoni, mi piace ascoltarli, registrarli, nominarli e organizzarli in archivio. Mi piace produrli: uso percussioni, oggetti maneggiati in vari modi, microfoni a contatto e cose elettroniche, a volte la voce, odio le tastiere ma mi piace moltissimo improvvisare al pianoforte.

beppe1Noi ci conosciamo bene ma chi legge no, raccontaci dei tuoi progetti musicali, quando e come nata la tua passione per il suono?

Ho iniziato a suonare la batteria e l’armonica a bocca, poi ho continuato con flauti clarinetto e percussioni, intanto facevo i primi esperimenti elettroacustici e le prime registrazioni su cassetta. Poi ho comprato il mio primo synth analogico, un Korg MS20, erano gli anni dell’avvento del MIDI e del DX7, nessuno voleva più l’analogico. All’inizio mi piaceva il rock duro, il blues poi cose più progressive, ma sono il punk e le musiche di derivazione africana che mi hanno cambiato la vita. Per quanto riguarda l’avvicinarsi al suono…., mi ricordo che ero sempre molto affascinato dalle intro dei brani musicali e mi chiedevo perché fossero così brevi…., è iniziata così, mi sono interessato anche ad aspetti più concettuali, “Il paesaggio sonoro” di Murray Schaefer è stata una lettura fondamentale, ma non ho mai studiato musica. Orchestro poco, preferisco strutture soniche semplici ma con un contenuto ritmico controverso. Mi interessano anche molto l’aspetto sociale e spaziale del suono. Ho un rapporto un po’ conflittuale con il momento della registrazione: non mi registro molto e preferisco farlo nell’aria con un registratore portatile, sia che si tratti di suoni acustici o prodotti elettricamente.

mano-synthFai tante cose dalle sonorizzazioni di film super 8 a cose ultra sperimentali, lavori sulla spazializzazione, installazioni audio, musica per poesia ecc ecc. Qual’è il tuo approccio alla creatività musicale ai diversi contesti?

Faccio cose diverse, sonorizzazioni con la bicicletta preparata e performance senza amplificazione, registrazioni ambientali e montaggio audio, ma l’approccio è sempre più o meno simile. All’inizio ho bisogno di un supporto “concettuale”, parole e\o immagini, si ipotizzano poi le modalità produttive e il tipo di suono che si vuole mettere in atto, successivamente ne si verifica nella pratica l’efficacia. Nella realizzazione finale, nel bene e nel male, è sempre l’ascolto e l’improvvisazione a prevalere, sia che si tratti di un montaggio o di un live . Questo processo può durare poche ore o al limite anche pochi minuti, fino a un mese o più, ma rimane sostanzialmente lo stesso.

elettroacustica1Che stai facendo adesso? Quali sono i prossimi progetti?

Al momento sto improvvisando da solo, su un piccolo synth modulare senza campionamenti ne effetti… ne escono cose varie, textures più o meno ritmiche, spesso cose magmatiche o brulicanti. Parallelamente continuo l’attività di registrazione e archivio sonoro. Quello che mi interessa al momento sono agglomerati di suoni piccoli, micro ambienti biologici, movimento di insetti, vagiti, fermentazioni…, prossimamente vorrei far qualcosa di più danzabile, poliritmi e roba del genere.

02Dove si può ascoltare la musica? Come si fa ad avere le copie fisiche nel caso ci fossero ? E come si fa a farti suonare?

Ho messo recentemente alcune cose su bandcamp, a nome “sordità selettiva”, ho anche dei cd fatti in casa con copertine a collage e tutto, per averli basta contattarmi per e-mail all’ indirizzo scrambledhead@gmail.com.

Per farmi suonare basta chiamarmi e dirmi “Beppe, suoniamo?! “ ed è fatta. Sono interessato anche a progetti ibridi , soprattutto in interazione con la parola.

beppeRingraziamenti e saluti.

Ringrazio soprattutto te, mi hai coinvolto in un sacco di situazioni e ci siamo fatti delle belle suonate, Livio e Frenk per il grande incoraggiamento nella fantastica avventura bici preparata, Unza, Torchiera e tutti gli spazi che credono nella condivisione e nel suono selvatico.

bici-preparataBeppe Sordi, fatti una domanda e datti una risposta.

La domanda è “Che senso ha fare musica sperimentale oggi?”, la risposta è “ Assolutamente nessuno!!”…..a parte gli scherzi, penso che la musica senza dimensione sociale sia vicino a zero, a volte vorrei essere nelle piazze a suonare il liscio.

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intervista a Giulia Vallicelli, COMPULSIVE ARCHIVE: “Aver conservato così tante carte, oltre al retrogusto patologico su cui ironizzo nel nome, mi permette di lavorare (e far lavorare) a diversi livelli: linguistico, storico, sociologico, autobiografico. “

– Ciao Giulia, di dove sei, che fai nella vita?

Sono nata e cresciuta a Roma, ma contenta di vivere a Milano da oltre un decennio. Ho cambiato città sia per lavoro, sia grazie alle amicizie coltivate negli anni in ambito musicale. In particolare ho ancora ottimi rapporti con le persone conosciute grazie alla produzione e distribuzione di fanzine. Nella vita faccio molte cose, mi muovo spesso, anche se ho un profilo da persona tranquilla e posata: ufficialmente sono una libera professionista nel settore degli audiovisivi.

– Sei impegnata in prima linea in vari settori. Molti lettori ti conosceranno sicuramente per la tua etichetta Vida Loca Records, dedita soprattutto al punk ma non solo, sei una regista di cinema sperimentale e documentari con interesse specifico per il formato super 8 e poi tante altre cose ancora. Parlaci a ruota libera di tutto quello che fai… grazie.

Prego! La lista di cose che ho fatto potrebbe essere molto lunga, ma solo perché ho cominciato con l’agitazione culturale da adolescente. Per sommi capi: PxMxD distribuzione di fanzine e autoproduzioni femministe e queer, da metà anni Novanta; produzione di fanzine mie e altrui; VIDA LOCA label e booking da inizio Duemila; sperimentazioni in super8 e digital video dalla seconda metà dei Duemila fino a metà anni Dieci, con laboratori pratici per trasmettere le tecniche ad altre persone. Di recente un documentario radiofonico sul festival milanese Zuma e la voglia di misurarmi ancora con l’audio (confesso di sentirmi satura di immagini negli ultimi tempi, maneggiandole ogni giorno). Tutto questo avendo anche dei lavori diurni per archivi di audiovisivi, e notturni, come operatrice di ripresa e dop, per film indipendenti e spettacoli dal vivo. Negli anni ho preferito dividere la sfera delle attività ufficiose da quella del lavoro ufficiale, ma ultimamente sto provando a uscire dal tunnel del multitasking, proprio grazie al progetto Compulsive Archive.

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Di cosa si tratta?

Compulsive Archive è un archivio personale, legato al mio vissuto di adolescente e post-adolescente nella scena punk, fase che a questo punto considero “archiviabile”. È composto da centinaia di fanzine, lettere, cataloghi, dischi, libri, memorabilia, che documentano il passaggio delicato e cruciale dagli anni Novanta ai Duemila, un periodo non ancora propriamente storicizzato. Aver conservato così tante carte, oltre al retrogusto patologico su cui ironizzo nel nome, mi permette di lavorare (e far lavorare) a diversi livelli: linguistico, storico, sociologico, autobiografico.

La spinta forte dietro la produzione di certi materiali è stata la terza ondata femminista degli anni Novanta e la situazione politica che stava attraversando l’Italia (e il globo) in quel decennio. Senza contare una buona dose di insofferenza generazionale. Era il periodo in cui nel punk si stavano manifestando le correnti Riot Grrrl e Queercore.

Trovo che a vent’anni di distanza ci siano alcune similitudini, colte con immediatezza anche dalle persone che oggi incontro nelle scuole d’arte o alle letture pubbliche che faccio, nate proprio in quegli anni. Spiegare a ventenni il modo di fare cultura indipendente, poco prima della diffusione di massa di internet, riserva però delle reazioni sorprese e sorprendenti.

Com’è nata l’idea, come si svilupperà il progetto?

L’idea di Compulsive Archive è nata circa tre anni fa, quando Dafne Boggeri mi ha proposto di tenere un talk sulle fanzine femministe e queer anni Novanta in Italia, per l’edizione 2016 di SPRINT – Salone di editoria indipendente e d’artista a Milano https://www.sprintmilano.org

Gran parte dei materiali, che oggi costituiscono l’archivio, erano ancora a Roma, chiusi in scatoloni e disseminati ormai da dieci anni nei box auto di parenti e amici. Cartoni fatti in fretta e furia, nel momento in cui avevo deciso di trasferirmi, perché a Milano la mia vita sarebbe stata assorbita da altri lavori, con poco spazio a disposizione.

Il riscontro del talk, intitolato GRRRLS, QUEERS & ZINES, era stato oltre le mie più rosee aspettative: posti esauriti, una partecipazione intergenerazionale, molte domande durante e dopo. Ho preso coraggio, anche grazie ai tanti esempi di zine libraries in Gran Bretagna e Stati Uniti, che da anni acquisivano fanzine (e che sono andata a visitare). Quello che avevo conservato però era molto di più: non solo una collezione di pubblicazioni do-it-yourself, ma tantissimi documenti, che testimoniano i rapporti intercorsi tra le persone che producevano e leggevano fanzine in quel decennio; come venivano prodotte, distribuite e fruite, potenzialmente un vero archivio. Nelle scatole di cartone, che non avevo buttato cambiando vita e città, c’erano forme di comunicazione spontanea tra adolescenti e giovani adulte: ragazze che non trovavano spazio e soddisfazione in espressioni culturali convenzionali. I cellulari erano ancora telefoni per pochi e senza social inclusi.

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Per tornare alla costituzione dell’archivio, nel giro di un anno ho trovato uno studio in condivisione dove traslocare i materiali, mi sono infortunata nel mezzo del trasloco (cosa che ha rallentato tutta la faccenda), ma con la perseveranza che mi contraddistingue nel settembre 2018 ho presentato il progetto col suo nome: COMPULSIVE, liberamente ispirato alla rubrica collezionistica dell’amico Adriano “Magou” Di Gaspero, che usciva su Sottoterra Rock Zine. Compulsive si capisce in molte lingue.

Oltre ai materiali che testimoniano l’attività del mailorder PxMxD e della label Vida Loca Records, dentro Compulsive Archive stanno confluendo spontaneamente fondi archivistici di altre persone, con le quali ho rapporti di amicizia e stima, ad esempio quello della queerzine milanese Speed Demon. Proprio grazie ai documenti conservati da Flavio Magnani, per il quarto Punk Rock Raduno ho curato una piccola ma densa mostra-tributo ai Pansy Division: sono tra i gruppi “fondatori” del queercore e hanno un rapporto speciale con l’Italia, ma non tornavano a suonare da molti anni, avendo diminuito le apparizioni live.

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Compulsive è un progetto di archivio vivo, non limitato alla consultazione da biblioteca. Per quello a Milano c’è già una fanzinoteca nella Biblioteca Comunale Zara, gestita dall’associazione La Pipette Noir, che apre una volta al mese ed è più orientata sulle fanzine illustrate: https://milano.biblioteche.it/library/zara/la-fanzinoteca/

Compulsive Archive invece è un archivio privato, ma aperto a creare momenti di confronto tra persone di diverse generazioni ed esperienze culturali. Sto tenendo lezioni e reading, partecipo a festival, apro Compulsive a chi fa ricerca. Quello a cui tengo particolarmente sono le riletture possibili dei materiali conservati, perciò sto cominciando con le residenze per singoli soggetti, gruppi informali e collettivi artistici: definiamo insieme un periodo di studio, un tema presente tra i documenti di Compulsive e una forma di restituzione pubblica. Francesco Goats, xerox artist milanese che ha creato il logo e i poster dell’archivio, ha allestito una sua personale lo scorso giugno, riassemblando elementi di alcune fanzine in fase di digitalizzazione. Da settembre avrò altre ospiti, con iniziative per tutto l’autunno 2019.

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– Con quali tipologie di materiale stai lavorando?

Il focus di Compulsive Archive in questa fase iniziale è la digitalizzazione e catalogazione delle fanzine italiane anni Novanta, ma l’archivio contiene anche molte fanzine internazionali, lettere, libri, dischi, nastri, fotografie, poster, t-shirt, spille, vari tipi di merchandising. Poi ci sono i documenti digitali. Lo scoglio più grande, oltre alla varietà di supporti, è senza dubbio la privacy, trattandosi di storia del presente.

– Hai intenzione di realizzare anche una pubblicazione?

Compulsive Archive ha anche una missione editoriale: evidentemente non ho perso il vizio! Per cominciare verranno pubblicate su carta le tracce delle varie residenze che si svolgono in archivio. In formato libro invece ho in cantiere delle antologie tematiche, con estratti dalle fanzine più interessanti che distribuivo negli anni Novanta-Duemila, accompagnate da testi critici e catalogo, ma sulle date di uscita non mi sbilancio, perché a monte c’è da lavorare parecchio sulle liberatorie.

In parallelo sto progettando un sito ben strutturato, su cui consultare agevolmente almeno una parte dei materiali digitalizzati, che uscirà come integrazione alle antologie stampate.

– Nelle info che descrivono Compulsive Archive, si parla anche della realizzazione di workshop. Spiegaci come funzionano e cosa accade durante il loro svolgimento.

Il primo workshop Compulsive si è svolto a Milano nel dicembre 2018, su invito di Volume dischi e libri. Il collettivo artistico Discipula, con cui c’è una conoscenza ultradecennale, perché costituito da tre quarti della band To The Ansaphone, ha guidato i partecipanti nella rielaborazione di documenti Compulsive selezionati insieme. Il mio ruolo in quella circostanza è stato di archivista e “archivio vivente”, potendo raccontare in prima persona anche i retroscena dei materiali. Discipula pone al centro della sua pratica proprio l’archivio, oltre ad avere un’esperienza diretta nella cultura indipendente anni Duemila: ci siamo ritrovati a Milano a distanza di tempo, con interessi convergenti, e la collaborazione è nata spontaneamente https://www.discipula.com/

Non escludo che se ne organizzino altri, ma al momento sono più orientata sulle residenze in archivio, che consentono un tempo di ricerca ed elaborazione maggiore.

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– Dove e come si possono reperire informazioni e dettagli su Compulsive Archive e rimanere aggiornati sugli sviluppi?

Compulsive Archive ha una sua newsletter mensile ed è presente sui social: Facebook (in italiano) per segnalare gli eventi pubblici locali, Instagram (in inglese) per mostrare il dietro-le-quinte al resto del mondo. A dire il vero la newsletter è il mezzo d’informazione che preferisco. Ne avevo una negli anni Duemila e sono felice di aver recuperato lo strumento in veste contemporanea, collaborando con Designer of What. Per iscriversi: https://www.facebook.com/compulsivearchive/app/100265896690345/

oppure compulsivearchive@gmail.com

Per sbirciare i lavori in corso: https://www.instagram.com/compulsivearchive/

oppure #compulsivearchive

L’archivio si trova fisicamente a Milano, in zona Loreto, ed è visitabile su appuntamento o durante eventi specifici. Il mese di ottobre in molte parti del mondo è dedicato all’apertura degli archivi e Compulsive aderirà in varie forme.

– Spazio Saluti e Ringraziamenti.

Grazie Luca Tab per la curiosità verso il progetto e lo spazio su acquanonpotabile. Grazie a chi ha collaborato con me in varie forme durante questo primo anno: Francesco Goats, Speed Demon Queer Zine, Discipula Collective, Volume dischi e libri, No Fun City. Grazie a chi mi ha invitata a tenere lezioni, esporre durante festival, partecipare a vari momenti pubblici di confronto… insomma, a far uscire l’archivio dall’archivio!

– Chiusura Marzulliana di rito: fatti una domanda e datti una risposta.

Cosa non faresti mai entrare in archivio?

Il metodo Marie Kondo.

Negli anni Novanta chiudevo le lettere così: XOXO.

https://www.instagram.com/compulsivearchive/

https://www.fb.com/compulsivearchive

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The Warlocks, The Falling Spikes, The Velvet Underground, A Symphony of Sound.

Lou Reed: Ai tempi suonavamo il feedback, la gente pensava che fossimo malati, antisociali, adesso è buffissimo come lo usino tutti, ad ogni modo non c’era nessuno come noi e non c’è ancora.

John Wilcock: Di solito la prima reazione di chi li ascoltava, insomma non la sentivano neanche la musica era puro suono, era troppo forte.

John Savage: Per me i Velvet sono un gruppo fuori dal tempo, ogni volta che li ascolto hanno quel senso di sospensione di cui parla Ralph Ellison in The Invisible Man, quando cita i damerini che viaggiavano in metro.

Sterling Morrison: I Velvet Underground sono stati il primo gruppo rock d’avanguardia, e il più grande di sempre.

Rob Norris : Quando si aprì il sipario apparvero i Velvet vestiti in nero, due di loro avevano gli occhiali da sole, uno dei ragazzi con gli occhiali aveva i capelli lunghissimi, catene d’argento e reggeva in mano un grande violino. Il batterista, che ovviamente non realizzammo che fosse una donna, stava in piedi dietro un minuscolo set di batteria. Prima di capirci qualcosa fummo assaliti da un devastante muro di suono, qualcosa di mai sentito e immaginato prima.

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John Cale: Ho avuto un’educazione alla musica classica suonando la viola, ho sentito il rock & roll alla radio ai tempi di Alan Freed ed è stato emozionante, ma non ho mai pensato di suonarlo. Quando studiavo composizione alla Goldsmiths ero completamente ignaro che i Rolling Stones suonassero in un club all’angolo. La maggior parte dei musicisti classici sono davvero insicuri, il conduttore ti dice sempre come suonare un pezzo. Poi dal nulla arriva Cage con un foglio pieno di punti e ti dice: suona quello che vuoi in mezzo. Ci puoi suonare Mozart, Beethoven, Bach chiunque, puoi trovare anche il tuo giro e fare esattamente quello che vuoi. La Monte Young è stata forse la parte più importante della mia educazione alla disciplina musicale. Quando formammo i Dream Syndicate, l’idea era di sostenere le note per due ore alla volta, La Monte teneva la nota più bassa, io tenevo le tre successive, Marion la nota successiva ancora e Tony Conrad teneva la nota più alta. Gli indiani usano il drone con un sistema di accordatura diverso e sebbene utilizzino un approccio scientifico, non lo seguono in modo matematico come facevamo noi. Suonavano per ore, era come un’esperienza mistica dove la cognizione del tempo diventava relativa. Quella fu la mia prima esperienza di gruppo, era così diverso da quello che avevo fatto fino ad allora. Avevo bisogno di un suono forte, decisi di provare a utilizzare corde di chitarra sulla mia viola, la prima volta che provai, sentì un rumore di un motore a reazione di un jet, sperimentare con la viola fu molto stimolante e mi tornò utile in seguito coi Velvet.

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Tony Conrad: Nell’autunno del 1964, John Cale ed io vivevamo in un appartamento al numero 56 di Ludlow Street, lavoravamo con La Monte da un pò di tempo a progetti musicali piuttosto intensi. Parlavamo di cose come intervalli, teoria della musica indiana e musica d’avanguardia. Quando John si è trasferì a casa mia mi trovò seduto ascoltando i dischi di Hank Williams e la mia collezione di 45 r’n’r. Fu così che iniziò ad interessarsi al rock & roll, c’era qualcosa di molto liberatorio in questa faccenda del rock. Il ragazzo che abitava nella porta accanto si chiamava David Gelber, fratello del drammaturgo Jack Gelber che scrisse “The Connection” per i Living Theater. David aveva molti amici nel Queens e andava alle loro feste. Un giorno ci disse di accompagnarlo per incontrare delle persone che stavano cercando musicisti per formare una rock band. Tra loro c’era un tipo con i capelli pettinati all’indietro, baffi sottili come una matita, si chiamava Terry Phillips e aveva dei contatti con la Pickwick, un’etichetta discografica commerciale con base a Coney Island. Ci chiese se suonavamo, se avevamo delle chitarre, se conoscevamo un batterista. Non avevamo chitarre ma conoscevamo un batterista molto bravo, Walter DeMaria. Andammo al quartier generale della Pickwick, uno strano magazzino pieno di dischi, con una piccola stanza dietro una parete bucata dove c’erano un paio di registratori Ampex. La Pickwick voleva mettere in piedi una band per promuovere un disco che uno dei loro autori aveva registrato. Volevano farci firmare dei contratti, regolarizzare tutto ma dopo una lettura veloce, capimmo che ovviamente non era il caso, le canzoni però ci piacquero e accettammo la proposta di fare alcuni concerti. Chiamarono il gruppo The Primitives, il 45 giri s’intitolava “The Ostrich” e l’autore era un ragazzo di 22 anni di nome Lou Reed.

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Suonare i pezzi era semplice perché tutte le corde erano accordate sulla stessa tonalità bisognava solo ricordarsi i break. Era proprio quello che stavamo facendo con LaMonte nel Dream Syndicate, non ci potevamo credere. Iniziammo a suonare senza aver mai provato, ci presentavano dicendo: E ora, da New York City The Primitives, i ragazzini iniziavano a urlare, ballare e saltare. Andavamo in giro su una station wagon e incontravamo altri gruppi che volevano diventare famosi. Lo facemmo per un po’ di mesi, si creò un certo d’interesse sulla band, una nostra foto finì anche su Vogue, poi il disco passò di moda e tutto finì. Resta il fatto che John rimase davvero colpito da Lou e dalla sua capacità di scrivere canzoni.

John Cale: Quando ho incontrato Lou scriveva canzoncine per la radio, poi mi ha fece ascoltare altre cose dicendo che non le avrebbero mai pubblicate, quando sentì Heroin andai completamente fuori di testa.

Tony Conrad: Lou era posseduto del rock & roll, il suo carisma accendeva tutti, la sua musica era semplicemente quello che faceva, in anticipo di circa vent’anni su quello che verrà chiamato punk. Anche John era una persona incredibile, dotata di un’inventiva unica, si muoveva ad un ritmo molto veloce allontanandosi sempre di più dalla formazione classica passando per l’avanguardia, l’arte performativa e il rock. I due si completavano, c’è stato un legame speciale tra loro, erano due persone agli opposti che insieme creavano qualcosa di speciale.

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Lou Reed: Ho sempre voluto essere un chitarrista e cantante rock fin dal primo giorno che ho sentito il programma di Alan Freed alla radio. Ironia della sorte furono proprio i miei genitori ad avvicinarmi alla musica. Volevano che prendessi una borsa di studio per studiare musica classica, ma no, no grazie, suonare in quel modo non era proprio la mia idea di divertimento. Quando misi in piedi una rock band fu la cosa più terrificante che potessi fare per loro, rimasero talmente sconvolti che mi portarono in un ospedale per farmi una serie di trattamenti di elettroshock, non mi fecero i peggiori, ma comunque non fu una passeggiata. Oggi la prendo con filosofia, penso a quello che ho vissuto come a un’esperienza formativa, in fin dei conti quello era il periodo in cui mi interessavo all’elettricità.

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Sterling Morrison: Ho iniziato a studiare tromba a sette anni, promettevo bene, decisi di passare alla chitarra, ispirato da Bo Diddley e Chuck Berry. Ascoltavo la radio tutto il tempo, la musica doo-wah, T-Bone Walker, Jimmy Reed, poi arrivai al blues acustico di Lightnin Hopkins ma ho sempre preferito la chitarra elettrica. Un giorno mi arrivò per posta un invito della Sam Ash Music per una dimostrazione dell’appena inventato fuzz-tone, a me quell’aggeggio non serviva già facevo con l’amplificatore quello che faceva lui. La prima volta che sentì suonare Lou, fu a Syracuse University. il ROTC (Reserve Officers Training Corps) stava marciando nel campus, sentì questa musica di cornamusa che spaccava le orecchie, poco dopo da un impianto hi-fi del dormitorio, una chitarra elettrica che ci suonava sopra. Iniziammo a suonare insieme in alcune delle band più rozze che fossero mai esistite. La mia carriera accademica fu abbastanza girovaga però appena potevo tornavo a Syracuse per suonare con Lou. Dopo un po’ ci perdemmo di vista, lo rincontrai dopo quasi un anno nella metropolitana di New York mentre stavo andando all’università. Era insieme a John Cale, che ancora non conoscevo, mi invitarono a casa di un amico per suonare e sballarci un pò, ovviamente non me lo feci ripetere due volte.

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Tony Conrad: Dopo la storia con la Pickwick non suonavo più con loro e avevo cambiato casa. Lou mi aveva sostituito nel palazzo di Ludlow Street, dove vivevano un bel pò di persone interessanti. C’era l’attore Mario Montez, il filmaker Piero Heliczer e poi Angus McLise, poeta, artista e batterista che suonava con LaMonte Young e John Cale nel Dream Syndacate. Fu allora che nacque il primo nucleo dei Velvet con Lou, John, Sterling e Angus alle percussioni. A Ludlow Street furono composte gran parte delle canzoni poi finite nel primo album dei Velvet. Registravano sempre anche le sessioni d’improvvisazione, sarebbe bello adesso avere tutto quella roba, c’era del materiale eccezionale. Quando jammavano, le chitarre suonavano massimo due note la viola faceva il bordone d’ambiente e Angus suonava con le mani un set di bonghi e percussioni di sua invenzione.

Angus McLise si era diplomato alla Forest Hills High School nel Queens dove aveva sviluppato il suo interesse per la musica, in particolare per le percussioni. Quando si trasferì a New York per studiare iniziò a suonare con vari gruppi jazz e sviluppò da autodidatta il suo stile allucinante. Dopo un periodo di servizio militare, raggiunse a Parigi Piero Heliczer, caro amico dai tempi della scuola. Insieme fondarono l’oscura casa editrice Dead Language Press, con la quale pubblicavano le proprie poesie e i lavori degli allora sconosciuti poeti beat americani. Quando Angus tornò negli Stati Uniti, LaMonte Young lo invitò a suonare nel suo trio e  iniziarono le sperimentazioni del Theatre Of Eternal Music con John Cale, Tony Conrad e Marian Zazeela.

LaMonte Young: Angus è stato uno dei più grandi batteristi di tutti i tempi, non suonava per se o per gli altri, suonava per l’universo.

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Sterling Morrison: Ogni volta che oggi qualcuno parla di underground mi viene da sorridere perché la parola venne fuori allora a New York ed era riferita alla cricca di nostri amici cineasti, attori, registi. Infatti quando Tony Conrad trovò per caso quel libro, pensammo che il titolo fosse perfetto per il nome del gruppo. Noi eravamo parte integrante di quella scena, rumoreggiavano sui film durante le proiezioni, uno di loro in particolare ci aiutò a trovare la nostra strada, Piero Heliczer, un vero cineasta, underground, il primo che ho conosciuto. Uno dei primi giorni di primavera del 1965, John e io stavamo passeggiando per le baraccopoli dell’East-Side, incontrammo Angus che ci portò da Piero. Stavano organizzando nella vecchia cineteca un happening chiamato Launching The Dream Weapon. La serata fu un delirio, al centro del palco c’era uno schermo cinematografico con i film di Piero, tutto intorno una serie di veli illuminati a intermittenza da luci e proiettori di diapositive, i ballerini giravano a caso sul palco, qualcuno leggeva poesie, mentre dietro lo schermo noi suonavamo. In quell’occasione fu chiaro che la nostra musica doveva essere diversa dal normale rock & roll. Registrammo un nastro demo che includeva Venus in Furs, Heroin, Wrap Your Troubles in Dreams e The Black Angel’s Death Song. John fece avanti e indietro con l’Inghilterra per tutto il 1965 per trovare contatti ed etichette interessate a produrci. Ogni volta che tornava portava con se dischi di band molto più vicine alla nostra sensibilità rispetto ai gruppi americani. Le possibilità di fare successo negli Stati Uniti erano minime, da qui l’idea di emigrare in UK, sono sicuro che saremmo partiti se non fosse accaduto presto qualcosa di buono.

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Qualcosa successe, CBS News decise di fare un film sul movimento culturale sotterraneo newyorkese, proprio Piero Heliczer fu scelto come regista, Piero chiamò i Velvet come band rappresentativa della scena. Il breve documentario passò in TV e attrasse l’attenzione del famoso giornalista musicale Al Aronowitz che volle andare di persona a sincerarsi delle potenzialità della band. Girava voce che Lou Reed affermasse di essere il chitarrista più veloce del mondo, così Al, portò con se a un concerto in cineteca, Robbie Robertson, chitarrista dei The Band, gruppo canadese che andava molto forte ai tempi. Robertson si annoiò dopo poco e disse ad Aronowitz, che Reed era una pippa. Al, però, aveva un fiuto eccezionale, capì che il gruppo aveva le carte in regola per fare grandi cose. Non c’erano altri gruppi così in giro, i ragazzi avevano carisma, polarizzavano l’attenzione del pubblico sia per il loro aspetto che per la strana musica che suonavano, i testi erano veri e poetici. Al parlò con Lou gli offrì 75 $ per suonare in apertura in una grossa serata che stava organizzando nel New Jersey per i Myddle Class, gruppo di cui era agente.

Sterling Morrison: Tutti fummo entusiasti di accettare tranne Angus che si rifiutò di suonare per soldi a comando e si ritirò dal gruppo. Cominciò quindi la disperata ricerca di un batterista per la serata, Lou e io ci ricordammo di Maureen, la sorellina del vecchio amico Jim Tucker ai tempi di Syracuse.

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Maureen Tucker: Ho sempre voluto suonare la batteria, a scuola alle elementari la scelsi come strumento per le lezioni di musica. Poi è arrivato il rock and roll, volevo davvero iniziare a suonare. Ho provato la chitarra, poi sono tornata al primo amore, comprai una batteria da due soldi e iniziai a suonare in una band.

Lou Reed: Mau lavorava come perforatrice di schede di computer, alle cinque quando tornava a casa metteva i dischi di Bo Diddley e ci suonava sopra per ore. Capì subito che sarebbe stata la batterista perfetta per noi.

Il concerto alla Summit High School coi Myddle Class, si tenne l’11 novembre 1965 e fu la prima volta che comparve il nome The Velvet Underground su un manifesto.

Sterling Morrison: Iniziammo con “There She Goes Again”, poi “Venus in Furs” e chiudemmo con “Heroin”. Quando il sipario si aprì ci fu un mormorio di sorpresa per il nostro aspetto che dopo un po’ si trasformò in un ululato di indignazione quando arrivò la musica.

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John Cale: Dopo questa serata, Al ci trovò una residenza per il mese di dicembre presso il Cafè Bizarre, nel cuore del Greenwich Village. Dopo poco tempo i gestori del locale non ne potevano più della nostra musica, mandava via la clientela, non era adatta per la convivialità. Anche noi ci eravamo stufati, decidemmo di fare il giorno di natale, un ultimo concerto col botto suonando tutto il materiale più estremo, in particolare “Black Angel’s Death Song, che ci era stata espressamente vietata. Ovviamente ci licenziarono in tronco. Fu proprio in una di queste sere che conoscemmo Andy Warhol, portato al Bizzarre da Barbara Rubin. Andy s’innamorò di noi ci propose di firmare un contratto disse che ci avrebbe gestiti, dato un posto dove provare e comprato dei nuovi amplificatori. Noi accettammo e dopo pochi giorni eravamo già alla Factory.

Da qui inizia un’altra storia, i Velvet Underground, senza Andy Warhol, Nico e la Factory non sarebbero diventati i Velvet, ma senza tutto quello che era accaduto prima non avrebbero cambiato la storia della musica rock. E’ stato un processo naturale in cui tutta la libertà e sperimentazione sonora è andata avanti di pari passo e si è concretizzata con una forma canzone ineguagliabile e irripetibile. Brian Eno afferma che solo cento persone comprarono il primo disco con la banana quando uscì e ciascuno di quei cento oggi è un musicista o un critico musicale.

Lou Reed: Non mi è mai riuscito di essere in sintonia co mondo. Ai tempi dei Velvet c’era il flower power mentre noi facevamo musica completamente agli antipodi. Se avevamo una canzone che parlava di qualcosa che impauriva anche la musica doveva fare paura, se i testi erano malinconici anche la canzone doveva esserlo. Oggi spesso si tende a fare musica allegra anche se i testi del pezzo sono tristi, nei Velvet non era così, si viaggiava in parallelo. Il genere che più amavo allora era la musica nera, ma poiché sapevo di non essere in grado di suonarla, decisi di seguire una direzione tutta mia. Niente blues, anzi c’era una regola precisa, se qualcuno suonava una scala blues veniva multato. E’ curioso come riascoltandoli oggi i dischi dei Velvet Undeground mi facciano lo stesso effetto dei vecchi vinili blues.

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La fonte principale di questo articolo è stata il libro Up-Tight, The Velvet Underground Story by Victor Bockris e Gerard Malanga. Anche la maggior parte delle fotografie proviene dallo stesso libro e dall’archivio Gerard Malanga. Le altre fotografie sono di Nat Finkelstein, Adam Ritchie,  Donald Greenhaus. Per quanto riguarda la discografia ho fatto una ricerca precisa sui dischi di ogni componente del nucleo embrionale dei Velvet Underground fino al 1966. Sono quasi esclusivamente dischi di musica sperimentale elettronica, psichedelica o frutto della contaminazione di questi tre generi con la poesia. Poesia intesa non solo come risultato di uno stato d’animo scaturito dalle sole parole ma come interazione libera e ludica tra i vari aspetti artistici legati alle azioni di un singolo o più persone che la mettono in atto per esprimere la loro presenza sul pianeta terra. Fare arte musica o poesia, anche se esprime concetti distruttivi, ha un senso costruttivo e vitale, solo esclusivamente se frutto di una collaborazione creativa tra più esseri umani. L’enorme importanza dei Velvet Underground sta proprio in questo, la loro musica ha rivoluzionato e cambiato la storia e dovrebbe essere insegnata nelle scuole al posto del solfeggio. L’ascolto di questi dischi è super consigliato.

DISCOGRAFIA

The Shades – Splashin’ / Strollin’ After Dark (7”, Scottle, 1959)

The Primitives – The Ostrich / Sneaky Pete (7”, Pickwick City Records, 1964)

The Velvet Underground – Loop (7” one side, allegato alla rivista Aspen, 1966)

The Velvet Underground – Prominent Men (LP bootleg, Arkain Filloux, 2012)

Jack Smith – Les Evening Gowns Damnees – 56 Ludlow Street 1962 – 1964 (cd, Table of The Elements, 1997)

John Cale / Tony Conrad / Angus MacLise / La Monte Young / Marian Zazeela – Inside the Dream Syndacate Volume I – 1965 (cd, Table of The Elements, 2000)

John Cale – Dream Interpretation: Inside the Dream Syndacate Volume II (cd, Table of The Elements, 2001)

John Cale – Stainless Gamelan: Inside the Dream Syndacate Volume III (cd, Table of The Elements, 2001)

B.V. Before Velvet (cd/sonic book, Stampa Alternativa, 2002)

Angus MacLise – The Cloud Doctrine (2 x cd, Sub Rosa, 2003)

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Intervista a Erika Ratti (Nonna Rina): “Cio’ che conta per me, è provare a pensare il concerto come una storia da raccontare che può essere diversa ogni giorno, e un concerto fragile e sincero, usando le cassette audio e le tastiere le più scarse che possano esistere. Non ha importanza, finché ci sei, lì, e con gli altri. “

– Ciao Erika Di dove sei? Che fai nella vita?

Ciao Luca, sono di Sartrouville, non tanto lontano da Parigi, ma i miei sono tutti disegnoitaliani, di Milano. Sono nata in Francia ma sono partita a Bruxelles per studiare e ci sono rimasta fino ad allora. Quando non faccio l’animatrice per bambini punk con l’associazione La boîte à Clous, suono la tastiera e canto canzoni d’amore e canzoni di lavori sperduti. Faccio pure parte di un piccolo collettivo che gestisce una mediateca alternativa, la Mediateca NGHE, mediateca sportiva e sognatrice. Per scelta, per ora, sono un’assistita sociale, ossia mantenuta dallo stato e da chi lavora direbbero certi arrabbiati, o con altre parole, ho diritto all’equivalente del RSA francese (borsa di solidarietà). Senza di lei, non riuscirei a fare tutto questo.

– Come ti sei appassionata alla musica, parlami dei tuoi progetti musicali, ne hai molti e diversi.

Da piccola, ascoltavo gli Acqua e rap Francese, e poi il pop-rock. Seguivo i gusti di mio fratello. Arrivando a Bruxelles per studiare il disegno, ho cominciato ad uscire, a bere, e ad andare a concerti. Tantissimi concerti in luoghi alternativi ma anche molti concerti d’appartamento, nelle case degli amici. E così ho scoperto la musica lo-fi. Penso sia il fai-da-te che mi piaceva in questa cosa, da studenti con pochi soldi, o disoccupati, che hanno voglia di festa e di musica, e che hanno voglia di suonare.

casioDa lì, ballando e scherzando, abbiamo montato un gruppo di non-musicisti con due amici : gli Dezodo, musica elettronica punk da sala da bagno. È durato appena una stagione, con sei date in sei case diverse, tra cui quattro sale da bagno. Per me, è stata una liberazione. Suonare e fare concerti senza nessuna pressione, senza grandissima ambizione che il divertimento e la festa. Avevo recuperato una vecchia tastiera Casio CT-470 dai miei e cominciavo a comporre le prime canzoni su Garage Band, solo strumentali e molto brevi, col nome Erika et plusieurs rats, ossia Erika e diversi ratti. Le mettevo su Soundcloud tanto per farle esistere. La tastiera aveva un bel suono. Nel frattempo, con due amiche toste, abbiamo montato un gruppo, Piscine. Anche qui, suonavo con questa tastiera e con loro era molto bello comporre canzoni un po’ elettroniche dolci strambe. Non sapevamo definirci, o forse non volevamo. Ci sentivamo forti, forse perché siamo tre donne, e forse perché malgrado i problemi tecnici che avevamo ad ogni concerto, ci volevamo tanto bene. Col tempo, non riuscivamo più a vederci tanto e abbiamo smesso. Ma sono bellissimi ricordi e le canzoni, secondo me, meriterebbero una cassetta.

E così, ho cominciato piano a piano a comporre canzoni con testi e a cantare i testi Andiamo!che scrivevo nei quaderni, ma ancora di nascosto. Registravo le cassette a casa e non le facevo sentire a nessuno ; sono qui archiviate in camera. Allora Maggio del 2017, ho proposto a Vincent Wagnair di suonare con me, una sera in cui presentavo le mie fanzine. Queste fanzine raccontano di una donna sola che vaga sulle aree di servizio a tempo indeterminato. Quella sera è nato il progetto Vintimille, con cui suono ancora e che ci è tanto caro a tutti e due. Sono due tastiere ed è tutto improvvisato. Ogni concerto ha un suo momento ben preciso, se siamo stanchi suoniamo da stanchi, se siamo tristi suoniamo da tristi, con una calma celestiale. Sogniamo di un tour di concerti in chiese e cappelle con il gruppo Ce soir, tastiera a quattro mani super medievali super teneri che ti consiglio.

nonnarinaIl progetto Nonna Rina è venuto col tempo, e suonando tardi alla sera con amici, rhum, e il bisogno di riversare pensieri e fantasmagorie. Il primo concerto è durato cinque ore, all’occasione di una serata, occasione per provare diverse cose per non fare semplicemente un concerto di canzoni. Tanto, non ne avevo abbastanza da cantare. Volevo inventarmi dei dispositivi per suonare da sola e con la gente, facendo una chiamata per esempio o registrando delle cassette di passeggiate. Cio’ che conta per me, è provare a pensare il concerto come una storia da raccontare che può essere diversa ogni giorno, e un concerto fragile e sincero, usando le cassette audio e le tastiere le più scarse che possano esistere. Non ha importanza, finché ci sei, lì, e con gli altri.

– Dove si possono ascoltare? Dammi un po’ di link e riferimenti web.

Qui troverai diverse cosine

https://soundcloud.com/dezodo

https://soundcloud.com/piscinemusic

https://soundcloud.com/vintimille

https://econore.bandcamp.com/album/andiamo

https://100cani.bandcamp.com

https://soundcloud.com/nonnarina

https://nonnarina.bandcamp.com

https://www.mixcloud.com/mediatheque-nghe/stream

– Tu vivi a Bruxelles, da quanto sei li? Parlami dell’aria che si respira e di come si vive, della scena musicale artistica underground che in questa città a mio parere è sempre stata molto viva.

edition dreamVivo a Bruxelles dal 2009, sono già dieci anni. Non li ho visti passare. Sono venuta qua per gli studi, come dicevo, e ci sono rimasta per passione e per comodità. Anche perché qui ho gli amici con cui portare avanti progetti di vita a cui tengo, come la mediateca NGHE appunto. Prima di arrivarci, non conoscevo nulla di questa capitale, solamente i fumetti di Tintin e dei Puffi, e le birre. Cominciando ad uscire, ho scoperto la vita della città notturna, e tutti i locali dove ballare o dove vedere concerti. Bruxelles è un incrocio di paesi, puoi vedere un concerto tutte le sere, e festeggiare tutte le sere, gironzolare. D’estate più che d’inverno forse, ma dipende da te, e le case sono grandi per cui la festa la trovi dagli amici. Non si mangia tanto bene in Belgio, ma si bevono tante birre molto buone che ti fregano ! Comunque c’è sempre da fare, anche troppo a volte. cartengheNel centro trovi dei bar che chiudono tardi dove puoi ubriacarti fino a tardi, e tutte le sere, e senza spendere tutti i soldi dell’affitto. Nonostante tutto, dal 2009, gli affitti sono aumentati, la vita in generale, perché anche Bruxelles sta cambiando -tristemente-, ma puoi ancora trovare modo di vivere con poco se capiti giusto, e poterti pagare una birretta.

Aprono e chiudono locali in continuo. Ci sono sempre posti in cui vedere concerti sconosciuti e meno sconosciuti con entrata a offerta libera. Il Barlok è un posto da conoscere che purtroppo, anche lui, è vittima delle decisioni prese da tristi esseri umani potenti che distruggono ciò che è vita. Al Barlok potevi vedere concerti tutti i giorni a prezzo libero, serate intere di concerti punk, rock, queer, sperimentali, cose strane che non vedi da nessuna parte. Ho fatto delle feste incredibili lì dentro.

Negli anni ottanta c’erano grosse free party, una scena tecno acida molto bella chetopi mi raccontava spesso un amico caro che ci ha lasciati a Dicembre (Dominique Lohlé, love & rage). Mi raccontava di grandissimi posti abbandonati dove aveva trascorso lunghe notti a ballare sotto effetti. Questi posti qui non esistono più. Molti posti stanno sparendo, la città viene pulita, quartieri interi stanno cambiando per parere più accoglienti. È stata votata una legge anti-squat e molti palazzi vuoti vengono gestiti da agenzie immobiliari che propongono contratti di locazione precari = anti squat a palla. Ma di posti dove festeggiare fino all’alba ce ne saranno sempre e sempre, ne troveranno.

Ad ogni modo, Bruxelles è un gioioso bordello che riunisce molte comunità straniere che secondo me fanno la ricchezza di questa città. E direi pure delle comunità che permettono una certa resistenza di vita vera. La mediateca si trova a Molenbeek, in un quartiere popolare maggiormente musulmano, ma non solo. Qui ci vivono molte famiglie e di tantissime origini diverse ; il quartiere non è caro, è piuttosto povero, ma tanto vivo. Adesso che ci abito, nella stessa casa dove si trova la mediateca, vivo in una realtà della città, che voglio difendere e che deve resistere. Vedremo quanto tempo ci riusciremo..paris

– Ho suonato e fatto la mostra la scorsa settimana alla Médiathèque NGHE, un posto molto bello che gestisci con altre amici. Da quello che ho capito la missione del Médiathèque è quella di catalogare fanzine e dischi DIY da tutto il mondo, dare la possibilità di consultarle e ascoltarli, oltre a organizzare concerti e mostre sotterranee. Insomma un vero è proprio luogo fisico autogestito dove potersi incontrare e condividere passioni comuni non è una cosa da poco nel mondo odierno. In Italia al momento non esiste un luogo del genere, sono rimasto molto impressionato e contento di averci suonato. Parlamene a ruota libera.

In effetti, posti come questo non ne esistono tanti. Soprattutto posti dove si difende la gratuità !

disegno1L’ho citata parecchio fino a qui perché questa grande casa della mediateca è per me un modo di credere in un possibile diverso. È un modo per resistere ai mostri capitalisti. Non facciamo concerti per fare soldi, non vogliamo una cultura unica ed omogenea, e non vogliamo sostenere la cultura dei culturati. A noi interessa la fragilità. La musica tradizionale di un paese che non conosciamo bene e le canzoni blues di un disco del Mississippi Records (https://www.youtube.com/watch?v=Vnz2p5KP0p4). Puoi trovare di tutto.

La fortuna che abbiamo, è che un membro della mediateca è proprietario della casa (acquistata 6 anni fa dalla famiglia) e quindi NGHE può godere di una certa libertà. L’affitto è minimo. Siamo spesso senza soldi, ma mettendo un po’ dei nostri, e organizzando qualche serata super ballanti, riusciamo a contribuire alla collezione di l'amourdischi e di cassette. Per noi è importante aprire regolarmente lo spazio al pubblico, per incontrare chi abita nel quartiere e per rendere viva la collezione. Non ha senso collezionare per lasciare nel silenzio e sotto la polvere. Chi viene, può ascoltare un disco, copiarlo su cassetta audio, portarci una cassetta audio da copiare e da aggiungere alla collezione, bersi una birra leggendo una fanzine del info-kiosque (http://infokiosques.net). Siamo su Facebook, ma cerchiamo di usare il più possibile le mail e la Newsletter, che curiamo con attenzione. Tra l’altro, se vuoi, puoi iscriverti scrivendoci qui: nghemediatheque@gmail.com

Siamo in 6 nel collettivo, ma sostenuti da tanti amici su cui contare. Vogliamo riunire la gente con la musica, creare momenti musicali riguardo ad un contesto, o come il contesto può fare la musica. Ci piace organizzare fuori casa, e tra l’altro a Luglio partiamo quattro giorni su un piccolo battello che ci viene prestato, per vivere la mediateca in modo nomade sui bordi dei fiumi belgi.noona rina vacio

Non sappiamo ancora quanto tempo la mediateca NGHE potrà esistere, sicuramente finché avremo tempo per farla vivere, senza dover lavorare per sopravvivere. Ci riflettiamo tutti insieme e questo ci rende forti insieme, almeno per continuare a credere in questi sogni.

– Programmi per la primavera estate tuoi e della Médiathèque? So che sarai in giro a suonare e che ci rivedremo a giugno.

La mediateca chiude d’estate perché saremo tutti via, ma continuiamo ad alimentare la collezione dei dischi e cassette trovati in viaggio. Certi di noi sono partiti in camping-car per fare della radio pirata nel sud della Francia. Io ho previsto un tour col gruppo Charlène Darling, in cui suono la tastiera, e poi diversi giri in Bretagna per vedere paesaggi lontani dalle città. Farò pure un salto lungo a Roma dove ho amici darlingcari e dove mi piace sudare gioiosamente e generosamente col cuore, scalza e nuda, dimenticando quanto il tempo fila quando sto a Bruxelles.

Grazie

Grazie a te, Luca !