Simon Finn – Pass the Distance “Disco deviato, boccata d’aria fresca nel 2020, anno in cui ipocrisia, bacchettonaggine, falsità e censura oramai regnano sovrane”


Di gran lunga la mia recente scoperta preferita è “Pass the Distance” di Simon Finn, un mix oscuro, inquietante di musica folk inglese, psichedelia fine anni Sessanta, jazz in forma libera e sperimentazione in studio che trascende le sue apparenti influenze e gli ovvi difetti tecnici che io amo forse più di tutto il resto. Un disco assolutamente senza tempo e unico.

Simon Finn arrivò la prima volta a Londra nel 1967, un trovatore capellone di campagna dalla voce fragile che trascorreva le sue notti sulle panchine dei parchi e le sue giornate affascinando giovani donne sensibili con le sue composizioni folcloristiche romantiche. Dopo una prima sessione demo senza-sale con il produttore londinese Vic Keary, Finn rimbalzò per il circuito dei vari club londinesi per un paio d’anni prima di tornare nello studio di Keary nel 1969, con un approccio decisamente nuovo alla scrittura e all’esecuzione. “È un bel cambiamento rispetto alle tue canzoni più vecchie, Simon”, avrebbe detto Keary al giovane musicista dell’epoca. “Le canzoni sono strane, ma mi piacciono.”

“Un po ‘strano” era un eufemismo per la nuova direzione che la musica di Finn aveva preso inspiegabilmente, la stranezza ancora più esagerata dalla sua recente scelta di collaboratori. Pochi giorni dopo l’incontro con Keary, Finn si imbattè in un paio di altri musicisti belli strani: il polistrumentista David Toop e il percussionista Paul Burwell che suonavano mischiando attitudine Sun Ra, Captain Beefheart, raga indiano e musica tradizionale celtica. I tre hippy iniziarono presto a suonare insieme nei club locali, dove le melodie popolari per lo più allegre e convenzionali di Finn si trasformarono rapidamente in improvvisazioni oscure, tortuose e occasionalmente esplosive.

In studio, Keary incoraggiò ancor di più il nuovo approccio, allontanando musicalmente Finn ulteriormente dalla tradizione folk mantenendo però il modo di scrivere dei testi onirico, tipico delle zone di boschi dove era nato e cresciuto. Anche il modo di registrare è sperimentale e fuori da ogni tipo di indirizzo commerciale con il suo massiccio di effetti di panning stereo ed eco. Le atmosfere sono di paura, apprensione e rabbia fumante che lascia il paesaggio folk hippie nella polvere insomma non è per niente un disco peace-and-love. La voce a volte è stranulata, a volte rabbiosa, pesantemente echeggiata con echi a nastro, le chitarre slide deliranti, gli arrangiamenti stonati, le note occasionalmente errate e il panning costante. La registrazione anticipa gli effetti oscuri, inquietanti e quasi cacofonici dello sperimentalismo pop della metà degli anni Settanta. La vera epifania del disco è assolutamente l’incomparabile, “Jerusalem” un raga apocalittico pieno di odio contro l’ipocrisia religiosa.

Man mano che il disco procede, la voce di Finn si trasforma gradualmente da un’arringa severa e serrata a un misurato urlo in falsetto fino ad arrivare a un violento scoppiettio. Alla fine, i testi collassano in un flusso di deliri quasi indecifrabili e la voce spastica e balbettante si avvicina alla demenza nell’ultima canzone capolavoro “Big White Car”.

Pochi mesi dopo la sua uscita, “Pass the Distance” fu ritirato dalla circolazione per motivi legali, la registrazione e il suo compositore scomparvero silenziosamente dalla scena musicale londinese. Nel corso degli anni iniziarono a circolare voci secondo cui Finn fosse diventato pazzo, si fosse suicidato o, cosa ancora più impensabile, avesse fatto una carriera di successo come agente di cambio.

“Pass the Distance” ha continuato ad avere una vita propria, con cassette pirata fatte in casa dall’LP praticamente inesistente e impossibile da trovare.

Ovviamente tutto era solo leggenda. Finn agli inizi degli anni 2000 è stato rintracciato dal tipo dei Current 93, aveva ancora i nastri e le registrazioni originali a Montreal dove si era trasferito e viveva una vita tranquilla. Il disco è stato ristampato e da qui iniziano altre storie ma non riguardano acquanonpotabile.

Disco deviato, boccata d’aria fresca nel 2020, anno in cui ipocrisia, bacchettonaggine, falsità e censura oramai regnano sovrane.

Ascoltatelo Buon viaggggio!

Tab_ularasa, novembre 2020

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