Intervista a Giuseppe Di Lorenzo, “Una Volta Ho Suonato Il Sassofono”, “Ubu Dance PArty” e 1000 altre cose: “Non puoi partire dall’analisi musicologica, perché è banale. Devi porti altre domande, aggirare il soggetto la biografia e la tecnica, perché il luogo in cui questa musica semina e cresce non è un pentagramma”

Ciao Giuseppe, come stai?

Benone grazie, sono nel mezzo della tempesta tra lavoro e progetti vari, per cui sono nel giuseppe radiomio ambiente prediletto.

Che fai nella vita? Quali sono le tue passioni?

Faccio un po’ di cose. Da qualche anno collaboro come critico teatrale per Altre Velocità, il più cazzuto collettivo di critici che abbia mai visto. Adoro il lavoro redazionale, stare tutti chiusi in una stanza a pensare e scambiarci idee finché non devi schizzare fuori a fare interviste, video-interviste, audio-interviste, gastro-interviste, per poi finire in piena notte a riscrivere tutto e a dargli una parvenza di senso. Il teatro, nella sua declinazione più contemporanea e underground, è una mia grande passione che ho potuto esplorare sopratutto grazie alla dedizione e alla profonda competenza della mia ragazza (Marta). Come sai ho anche un progetto radiofonico, per ora fase di manutenzione, per campare invece faccio il commesso in un negozio in centro a Firenze. Banalmente tra le altre cosacce sono un grande appassionato di cinema, di cui ho scritto ma senza pretese critiche finora, tra i miei registi preferiti ci sono Kenneth Anger, Yasujirō Ozu, Takashi Miike, Ken Russell, Benjamin Christensen e altri stronzi di questa categoria. Poi c’è il fumetto, su spinta underground, che mi ha accompagnato per molti anni e che da tempo non riesco più a sviluppare come vorrei coleltivo tatroper mancanza di fondi. Durante gli anni del Liceo Artistico conobbi Jim Woodring e da allora non ne sono più uscito. Poi c’è la musica, ovviamente, sempre presente tutti i giorni della mia vita. Alla fine della giostra però la mia più grande passione è quella per la letteratura. Adoro leggere, in particolare autori contemporanei (tipo Walter Siti, Han Kang, Jennifer Egan, Mo Yan, Dana Spiotta, ecc.), anche se probabilmente le letture che mi sono rimaste più impresse e che mi hanno condizionato anche nella scrittura sono arrivate da tempi e luoghi molto lontani da me (Daniel Defoe, Melville, Conrad, Tasso, Laurence Sterne, Raymond Russell, ma anche fuori dall’ambito strettamente letterario come Alfred Jarry, Aristofane, Heidegger, Jaspers, i primi che mi vengono in mente). Vivo anche di tante altre piccole passioni, che hanno in comune la mia fastidiosa curiosità e impertinente visceralità nello scoprirle sotto ogni prospettiva.

Ci siamo conosciuti telematicamente dopo che ho letto una recensione dei Centauri sul tuo blog “una volta ho suonato il sassofono”. Un blog che ho subito apprezzato e a pelle sentito come una vera e propria fanzine di quelle che piacciono a me. Poi ho scoperto che avevi un programma in radio e che addirittura questo programma era di una radio del Valdarno, dove sono ritornato per adesso a vivere dall’anno scorso. Chattando ci siamo conosciuti meglio, in seguito sono stato anche da voi ospite a suonare e chiacchierare, Parlami di tutto ciò a ruota libera.sassofono

Intanto cominciamo dai Centauri, che è un progetto bellissimo di musica tremendamente necessaria. Mi chiedo spesso come mai si preferisca il derivativo a tutti i costi, piuttosto che progetti come quello dei Centauri, consapevole di vivere una stagione musicale che ha visto divorare e digerire Brian Eno, Suicide, Sonic Youth e quant’altro, e non può esprimersi ancora secondo certi canoni che sono stati ampiamente superati da nuove e più sensibili grammatiche. Se fare musica è un’urgenza, un vettore per un messaggio che non puoi esprimere altrimenti, perché astratto e volatile, rinchiuderla dentro logiche di mercato e strutture rigide non può che appiattirne il risultato. Se tutti suonano come gli Arctic Monkeys e i Franz Ferdinand e dicono le stesse cose, non ci si può lamentare del ruolo sempre più marginale della musica rock per le nuove generazioni. Una Volta Ho Suonato Il Sassofono è stato il seguito ad un breve ed infruttuoso esperimento su Splinder, volevo trovare un modo per mettere nero su bianco certe mie farneticazioni, misurarmi con chi ne sapeva più di me, contaminare il mio sguardo e pormi sempre nuove domande. Ho cominciato con un misto di umiltà e arroganza, approcciandomi ad album non particolarmente ostici, e buttando merda sul mainstream che veniva venduto come underground. Negli anni mi sono posto nuovi obbiettivi, lasciando spazio anche a sul pezzoquei dischi che reputavo “difficili” o che semplicemente avevo difficoltà a scriverne, perché non sentivo di averne la competenza. Molti dei miei gruppi e artisti preferiti non hanno una scheda sul blog, penso ai Faust o ad Howlin’ Wolf. So che sembrano due esempi agli antipodi, ma per me rappresentano problemi non dissimili. I Faust sono un gruppo che è riuscito a spostare così tanto i confini del proprio linguaggio che per studiarli in maniera efficace devi considerare i loro pezzi come happening o pièce teatrali d’avanguardia (penso ad esperienze estreme come quelle di Magazzini Criminali di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi). Howlin’ Wolf invece, come altri giganti del blues tipo Blind Willie Johnson, ha raggiunto vette espressive inaudite con il semplice 4/4 e un uso della voce che rovinerebbe le corde vocali anche di un robot, ma come ne spieghi le conseguenze emotive? Non puoi partire dall’analisi musicologica, perché è banale. Devi porti altre domande, aggirare il soggetto la biografia e la tecnica, perché il luogo in cui questa musica semina e cresce non è un pentagramma. Ubu Dance Party, il programma radio che ho contribuito a creare, nasceva da questa mia urgenza e dal fatto che voglio provare a veicolare il fruitore ad approcciare un ascolto diverso, non “senza pregiudizi” (è una stronzata, quelli ci sono e ci restano per diversi motivi) e non con “lo sguardo del bambino” (ovvero di un imbecille), ma cercando di trovare assieme un minimo comune denominatore. A cose serve una canzone che ti racconta tutto, che ti spiega perché si è innamorato di quella ragazza o di quell’uomo, o che ti narra una favola morale per insegnarti come gira il ubu dacne partymondo? A niente ti dico, sono esercizi per l’ego. La musica tramite le sue peculiari capacità espressive serve a spostarci restando fermi, a viaggiare in dimensioni sensoriali ulteriori, a porci prospettive che erano già di fronte a noi ma che non coglievamo senza lo sguardo acuto del musicista, sia che siano pura emotività e istinto (come nel garage), sia di spaesamento e ricerca (Faust, Negativland, Pere Ubu, Beefheart ma anche Herbie Hancock, Braxton o Stockhausen per dire). All’inizio della mia esperienza radiofonica Ubu Dance Party era molto diverso, era un vero e proprio luogo d’incontro tra me e Francesco, un mio carissimo amico che, si può dire senza risultare ridicoli, è stato per me la vera miccia per la passione musicale nell’abito rock. Purtroppo Francesco ci lasciò a Marzo dell’anno scorso, dopo alcune memorabili puntate in cui solo una piccola parte del suo estro e creatività hanno dato vita ad un programma unico e irripetibile. Rimasti io e DJ Lorenzo (che è quello che sbaglia a mettere le canzoni e dopo duemila puntate non sa ancora quando far sfumare la sigla, ma anche il miglior amico che uno possa volere accanto nella vita) abbiamo dovuto radicalmente cambiare la formula del programma, e dopo due puntate commemorative su Francesco Ubu Dance Party è diventato un podcast a forte trazione contemporanea, con i miei terribili soliloqui tra un pezzo e l’altro. Ma questo lo sai bene, dato che se venuto a trovarci per ben due volte!

Come ti sei appassionato alla musica? Leggendo ogni tua recensione, ascoltando il tuo programma proprio quello che traspare è questa passione enorme per la musica di un certo tipo e l’onestà di dire quello che si sente, si pensa di un disco, una band un musicista. Questa cosa sai che non è da tutti, in questo mondo d’inchini, riverenze e ruffiani.

ubu dance partyDiciamo che ci sono state due fasi nella mia relazione con la musica. Nella prima ero un bambino molto rompiscatole, e per tenermi buono c’erano due cose: la TV e la radio. Il mio primo CD fu “Selling England By The Pound” dei Genesis, la remastered del ’94 se non erro, e al liceo seguì il percorso che fanno tutti: Led Zeppelin, Pink Floyd, Deep Purple e via discorrendo. Fu in terza liceo che scoprì un blog molto particolare, si chiamava come un romanzo che sarebbe diventato uno dei miei preferiti in assoluto (Morte a credito) ed era di un certo Tristram Shandy, il più presuntuoso e volgare blogger che abbia mai solcato i mari del web. Me ne innamorai follemente. Fu in quei post che scoprii Stooges, Pussy Galore, Sonics, Crime, Sonic Youth, Captain Beefheart, e compresi anche che avevo sempre ascoltato la musica nel modo più sbagliato possibile. Un giorno quel blogger sparì, letteralmente, non scrisse più nulla e non se ne seppe niente. Orfano di quella presenza così funambolica e seminale decisi di fare il mio blog: Una Volta Ho Suonato Il Sassofono. Non mi sentivo, e non mi sento tutt’ora, al suo livello di scrittura e originalità dello sguardo, ma ormai il danno era fatto, la passione mi divorava le budella. Poi un giorno scrissi una recensione in cui lo citavo chiaramente, e dopo anni di silenzio si palesò nei commenti riconoscendo in quelle on airparole un vecchio ammiratore del suo blog. Fu una notevole sorpresa sapere che quel tipo, che nel frattempo era diventato il mio mentore e mito personale, viveva a soli venti minuti d’auto da casa mia. Conobbi Tristram, Francesco, anni fa in quel di Firenze. La nostra amicizia resta la cosa più stimolante che mi sia mai capitata, un continuo scambio di intuizioni e curiosità senza freni, incapaci di limitarci ad ammirare i nostri artisti di riferimento, sempre critici, caustici e onesti con noi stessi. A lui devo tutta la mia passione e la costante ricerca e simpatia per il diverso. Credo che essere onesti nelle recensioni sia fondamentale, sia per te stesso che per chi legge. Imparando a conoscere il pensiero di un critico, anche se non lo apprezzi, riconosci una precisa linea teorica alla quale poterti raffrontare di volta in volta. La coerenza critica è come una bussola per chi ti legge, lo aiuta a capire che se hai stroncato quella band probabilmente a te in realtà piacerà o viceversa. Purtroppo oggi lo spazio nelle riviste è sempre più angusto, e molti blogger preferiscono fare da ufficio stampa alle case discografiche piuttosto che riflettere sinceramente sul valore di un album.

Da poco ti sei trasferito dalla zona Valdarno a quella pratese, dovendo abbandonare la radio, mi hai detto però che non hai intenzione di tirare i remi in barca…. insomma cosa bolle in pentola? Parlaci dei tuoi programmi futuri a questo proposito.

radio valdarnoPer le questioni logistiche che hai scritto Ubu Dance Party non va in onda da Natale, una gravissima mancanza nella mia vita, un sollievo straordinario per le orecchie del Valdarno. Il mio progetto è semplice: sto costruendo una “stazione radio” in quel di Firenze, per trasformare Ubu Dance Party in un podcast con i controcazzi, dotato di studio di registrazione artigianale e registrazione video di qualità, tutto nel più aggressivo DIY, e proprio per questo ci sto mettendo un sacco di tempo (microfoni e stronzate varie costano!). Sullo stile di KEXP, pur mantenendo le sue caratteristiche peculiari, Ubu Dance Party tornerà di brutto, con l’obiettivo costante di migliorarsi e di proporre la musica peggiore e più stimolante possibile. Sfrutteremo poi la postazione podcast anche per altri progetti succulenti.

Mi piace molto il tuo stile di scrittura e conduzione radiofonica, sei proprio un cervello fuori dal comune e i tuoi neuroni viaggiano alla velocità della luce, parlami delle tue influenze e riferimenti. Secondo me dovresti lavorare in una radio e ti dovrebbero pagare a modo per farlo, ci hai mai pensato seriamente?

Con questa sequela al fulmicotone di complimenti quasi quasi ci credo anch’io! I miei psychoriferimenti e influenze sono davvero tantissimi perché assimilo qualcosa da tutto quello che imparo ad amare e conoscere. Penso ad Asimov, che fu la prima bibliografia che completai già in seconda liceo, poi ci sono Heidegger e Aristotele, due pensatori che ho sviscerato, spesso non capendoci un cazzo e dovendo ritornarci periodicamente. Il cinema di Orson Welles e quello di Miike, il continuo ribaltamento di luoghi comuni stilistici, la rottura delle regole senza dimenticare la centralità del racconto. Che poi questi sono stimoli che spesso fioriscono in ambiti marginali della mia vita, invece gran parte delle sollecitazioni produttive arrivano dai miei amici. Da Giovanni per esempio ho imparato ad ampliare il mio sguardo, a non considerarmi al centro del mondo. (DJ) Lorenzo è un continuo ed ininterrotto stimolo ad approfondire sia la politica che qualsiasi mia passione, Lorenzo è meno prevenuto di me su molti argomenti per cui ha anche una prospettiva più fresca e dannatamente puntuale, potremmo parlare per 100 anni e non finire mai gli argomenti. Ettore, oltre ad essere un musicista straordinario, mi ha portato negli anni a riscoprire altri luoghi musicali che troppo spesso lascio indietro e non ho la forza di approfondire, e lo fa con una innata propensione pedagogica e una brillantezza intellettuale unica. Se conducesse lui una sola Ubu Dance Party sarei fottuto. Potrei fare anche altri esempi, ma ‘fanculo, l’intervista è su di me, stronzi. Cito per forza di cose Marta, che è in assoluto il mio più grande stimolo per far sì che le mie passioni non restino solo un delirio senza direzione. Se non fosse per lei non esisterebbe nemmeno Ubu Dance Party, e vivrei certamente una vita più misera e molto meno interessante. L’amore che proviamo reciprocamente da otto anni è in fondo l’unica go-to-sleeppassione alla quale non potrò mai rinunciare. Ora basta sdolcinerie però, non ci sono abituato e già mi sta salendo un po’ di nausea. Tornando a bomba sulla domanda iniziale: cazzo quanto mi piacerebbe lavorare professionalmente in radio. Però, da autentico stronzo ed eterno insoddisfatto di me stesso, non credo di sentirmi ancora pronto al salto professionale. Vedremo comunque, certamente è un sogno che tengo nel cassetto da più di dieci anni.

Ti faccio un grosso in bocca al lupo per tutto e spero di ribbeccarci presto “in person”, ora, chiusura di rito Marzulliana: fatti una domanda e datti una risposta

Che si mi mangia oggi a pranzo?

Mi sa che le uniche cose rimaste in casa siano uova e pancetta, facciamoci ‘na carbonara apocrifa: in culo alla tradizione e alla pressione alta!

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