The Hunches – Fuck Disco Beat!

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A lot of people are disappointed when they see us live. If you’re going to come see us and you want to hear the record, you probably shouldn’t come because you’re going to be disappointed. We play our songs but it’s definitely not polished..

Gli Hunches forse sono il mio gruppo preferito degli anni 2000. Attivi per 4 o 5 anni pubblicarono per la in The Red 3 dischi, più una manciata di 7″ sempre in The Red e per altre piccole etichette. dance-alone-ep

Fecero in qualche modo parte della nuova ondata del garage revival degli anni Zero ma nei loro dischi non c’è la minima traccia di revival. Provenivano da Portland, Oregon e la loro musica è stata la più affascinante, caotica, devastata e delirante realtà weirdo-punk-garage-noise dell’inizio del nuovo millennio. Gli Hunches mischiarono a puntino tutto il peggio e portarono all’estremo il modo di suonare i generi di cui sopra seppellendo una volta per tutte il cadavere in decomposizione del r’n’r.

hurricaneNei loro primi due dischi “Yes. No. Shut It”. e “Hobo Sunrise” c’è di tutto: dall’omaggio al rock più sudicio e delinquenziale al proto-punk più folle e dissonante alla devianza post-punk fino a giungere a momenti di violenza “nowave” senza ne capo e ne coda. Tutta questa spazzatura è tenuta insieme però quando meno te l’aspetti da giri di chitarra e melodie minimali blues sognanti che ti riportano direttamente dritto nella pancia della mamma, quando sentivi quello che c’era fuori ovattato e lontano. the-unches01
L’ultimo album “Exit Dreams” uscito quasi postumo è il loro capolavoro; nel momento in cui il gruppo era già morto e sepolto gli Hunches decidono a tavolino di fare il disco più importante e seminale del nuovo millennio, un disco la cui fondamentale importanza verrà forse scoperta nel prossimo secolo se ce ne sarà uno.

Exit-Dreams01I pezzi di Exit Dreams, sono di una genialità senza fine, episodi sconnessi di pochi neuroni che vagano a caso eccitati da chissà quali sostanze che si mettono d’accordo e decidono di cantare melodie lancinanti alla luna piena dopo uragani rumoristi e tifoni noise.

Musica senza tempo che è sempre esistita è che sempre esisterà, gli Hunches non ci sono più e per fortuna non si riformeranno mai.

DISCOGRAFIA

“Got Some Hate” 7″ (In the Red – 2002)
“Yes. No. Shut It.” LP (In the Red – 2002)
“Anatomy of a…” 4-way split 7″ (Extra Ball)
“Dance Alone” EP (Flying Bomb – 2004)
“Fuck Disco Beats” 7″ (In the Red Records – 2004)
“Hobo Sunrise” LP (In the Red – 2004)
“Lisa Told Me” 7″ (Sweet Nothing – 2004)
“Leper Parade” EP (Dusty Medical – 2006)
“Exit Dreams” LP (In the Red – 2009)
“Home Alone 5” LP (In the Red – 2009)

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Recensione tratta da http://www.mescalina.it

08/09/2004 – di Andrea Salvi – Vito Sartor

The Hunches live @ Zeromusiczone – Azzano S.paolo (Bg)

Siamo allo Zero, locale nell’immediata periferia di Bergamo che pare da subito attirare gli interessi di un pubblico curioso, attratto dalle promesse di una serata, quella del venerdì sera, che si prenota di prepotenza a diventare uno dei più stimolanti appuntamenti fissi della regione per gli amanti dell’indie-rock.got-sme-hate
Da subito siamo messi in guardia nei confronti degli Hunches, la band che dovrebbe deliziarci. Ci viene presentata come decisamente fuori dagli schemi e, anche se ci siamo preparati ad una performance senza convenevoli, mai ci saremmo immaginati di ritornare ai tempi di un locale mai troppo rimpianto quale il Tunnel, la cui atmosfera particolare rendeva ogni concerto un evento, dove l’imprevisto e gli incontri con artisti in stato di completa schizofrenia erano all’ordine del giorno.
Il palco e il soffitto del locale sono bassi, separati da una poderosa transennatura dal pubblico che preme dal fondo della sala. Quando, poco dopo la mezzanotte, intravediamo un personaggio in bizzarro atteggiamento mistico e trasfigurato dalla luce azzurrognola che illumina la sala concerti crediamo proprio sia giunto il momento. Scorgendo tra le teste davanti a noi vediamo i tre componenti della band di Portland imbracciare gli strumenti mentre girano a 360° le manopoline dei Marshall. Capire che il nostro guru non è altro che la voce del combo statunitense è un attimo, visto che per l’occasione ha deciso di guadagnarsi il palco nientemeno che strisciando supino. Il pubblico debitamente prima si divide in due come una famosa scena biblica, poi lo segue accompagnandolo in processione sul palco. Liberatosi con noncuranza della cena prima di salire a bordo palco, il concerto ha inizio: i primi minuti dello show sono folgoranti, i volumi incidono i nostri timpani e il sound che ne esce fa presa con distorsioni hard blues davvero energiche. bifolcoSiamo in territori genuinamente garage rock, e la band sembra trovarsi in perfetta sintonia, dando per scontati i comportamenti del cantante Hart Gledhill che già alla terza canzone varca la soglia delle transenne per circondarsi dell’amato pubblico. Dialoga con tutti, si arrampica dove riesce in un’ascesa che sa di esaltazione e di trance. Come un neo Jim Morrison sembra interessato ai volti più intellettuali, si fa spingere, qualcuno lo aiuta ad alzarsi mentre per poco non si strangola con il cavo del microfono. Molti tra i presenti sono divertiti da questo dejavù che sa di celebrazione definitiva dell’essenza rock, altri paiono turbati e si allontanano più per i riverberi estremi che per l’innocuo teatrino, mentre altri ancora accorrono incuriositi, qualcuno accenna un pogo anche se si frena poco dopo, come chi temendo reazioni incontrollabili preferisce non rischiare troppo. lisa-told-meGli Hunches suonano parecchi brani del nuovo disco “Hobo SunRise” (In The Red Records): la loro attitudine vede coincidere garage-blues con un rabbioso punk-noise in bilico tra Pussy Galore, MC5 e Cramps. La loro puntata in Italia per una manciata di date è in occasione di un tour europeo per promuovere la loro nuova creazione di noise and roll selvaggio che a Barcellona li vedrà guest niente meno che degli Explosion. La band, dopo parecchie incursioni in territori sonici che mettono a dura prova le pareti in cemento armato e lamiera del locale, si ricompone e riparte di slancio, Hart Gledhill è il padrone incontrastato del palco e con un pedalvox dà atto a convulsioni vocali deflagranti. Ormai lo show è un laboratorio rumoroso a cui si aggiungono i feedback del basso e i riverberi di una chitarra tonante. Le sorprese non sono finite: il noise più estremo si concretizza con incursioni di clarinetto alternati a tonfi prodotti da un bidone metallico, le urla si spegneranno solo dietro le pale di un piccolo ventilatore che urtando sul microfono produce il rumore di un’insopportabile grattugia elettrica.fuck-disco-beat
Dopo tre quarti d’ora il solco è tracciato.the-hunches-tab_02Come dopo i bagordi di un battesimo industriale il locale ritrova la sua dimensione, e ti rivedi ad incrociare volti scossi, altri soddisfatti, alcuni che ti vengono a confessare il proprio sincero smarrimento, mentre diversi ragazzi bardati con la tshirt dell’ultima indie boyband vagano faticando a celare il turbamento di essere venuti a contatto, forse per la prima volta in vita loro, con il lato più splendidamente genuino del rock.

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